Già la riforma del processo esecutivo del 2005 aveva preso espressamente in considerazione l’ipotesi di insufficienza dei beni pignorati alla soddisfazione del credito (art. 492 comma 4° c.p.c.), imponendo all’ufficiale giudiziario di invitare il debitore ad indicare ulteriori beni utilmente pignorabili (analogo invito può essere rivolto dal creditore procedente a seguito dell’intervento di altri creditori).

La ratio della norma discendeva dalla volontà del legislatore di evitare processi esecutivi inutili (perché insoddisfacenti per il creditore) e/o di lunga durata (analoga intenzione si rinviene negli artt. 42, 3° co., 102 e 104-ter L.F.).

In tal senso è stato introdotto l’art. 164-bis disp. att. c.p.c. (ex D.L. 12 settembre 2014, n.132 conv. nella Legge 10 novembre 2014, n.162.), entrato in vigore l’11.11.2014 ed applicabile, per espressa previsione, alle procedure esecutive in corso, rubricato “Infruttuosità dell’espropriazione forzata”, a mente del quale “quando risulta che non è più possibile conseguire un ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori, anche tenuto conto dei costi necessari per la prosecuzione della procedura, delle probabilità di liquidazione del bene e del presumibile valore di realizzo, è disposta la chiusura anticipata del processo esecutivo” .

PRIMA DELLA RIFORMA DEL 2014

Prima dell'introduzione nel 2014 dell'art.164-bis disp. att. c.p.c., in mancanza di una disciplina normativa che regolasse l’ipotesi di inutile protrarsi della procedura esecutiva a seguito di successivi plurimi esperimenti di vendita a prezzi irrisori, la giurisprudenza di merito aveva fatto ricorso alla cosiddetta “estinzione atipica”, nei casi in cui il processo esecutivo non potesse raggiungere il proprio scopo tipico, individuato nel conseguimento di un effettivo realizzo e nel soddisfacimento, quantomeno parziale, del credito azionato (c.d. “estinzione atipica incolpevole”: Cfr. Tribunale di Salerno, 6 giugno 2002 n. 1799, in un’ipotesi di opposizione agli atti esecutivi avverso un’ordinanza di estinzione del processo esecutivo, “per impossibilità del medesimo di conseguire alcun risultato”), facendo leva sul principio costituzionale di ragionevole durata del processo civile (art. 111 Cost.).

Tuttavia, la Suprema Corte aveva disatteso tale orientamento, enunciando un principio di diritto secondo il quale “Nell'attuale disciplina normativa dell'esecuzione forzata vige il principio della tassatività delle ipotesi di estinzione del processo esecutivo e, conseguentemente, non è legittimo un provvedimento di c.d. estinzione atipica fondato sulla improseguibilità per "stallo" della procedura di vendita forzata e, quindi, sulla inutilità o non economicità sopravvenuta del processo esecutivo. (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 27148 del 19/12/2006. Sulla base di tale principio la S.C. ha accolto il ricorso avverso la sentenza n. 2550/03 del Tribunale di SALERNO, con la quale era stata rigettata l'opposizione agli atti esecutivi).

Con l’introduzione dell’art. 164 bis disp. att. c.p.c., pertanto, il legislatore ha recepito l’orientamento espresso da parte della giurisprudenza di merito, e disatteso dalla Suprema Corte, che l’aveva ritenuto meritevole di considerazione solo de iure condendo, introducendo una fattispecie tipica di chiusura anticipata dell’esecuzione forzata per impossibilità della stessa di raggiungimento del suo scopo.

Si è pertanto in presenza di un’ipotesi “tipica” di estinzione “atipica” della procedura esecutiva. Cfr. Cass. n. 27148 del 19/12/2006, in motivazione: “Un provvedimento di improseguibilità per "stallo" nelle procedure di vendita forzata per inutilità o non economicità sopravvenuta del processo esecutivo (la cui teorica ammissibilità deriverebbe dalla stessa costruzione sistematica dei rimedi precisati dalla decisione di questa Corte n. 6391 del 2004) non può essere considerato legittimo alla luce della vigente normativa. Il fondamento della estinzione atipica è ravvisato dal Giudice della esecuzione in una serie di considerazioni, fondate sul principio costituzionale della ragionevole durata del processo (art. 111 Cost.) e sulle responsabilità che derivano alla giurisdizione dalla gestione di processi eccessivamente lunghi, con ricadute anche economiche sull'erario e in definitiva sulla collettività. Gli argomenti esposti nella ordinanza impugnata hanno il loro pregio e potrebbero essere condivisi "de iure condendo" in un quadro generale della giurisdizione e nella prospettiva della ricerca di strumenti, anche endoprocessuali, di sollecitazione e speditezza dei procedimenti.

QUANDO E' APPLICABILE IL NUOVO ART.164-bis?

La relazione relativa al Disegno di legge di conversione del D.L. 12 settembre 2014, n. 132 nel dare atto dell’introduzione di una “fattispecie di chiusura anticipata del processo esecutivo per infruttuosità (articolo 164-bis disp. att. del codice di procedura civile) quando risulta che non è più possibile conseguire un ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori, anche tenuto conto dei costi necessari per la prosecuzione della procedura, delle probabilità di liquidazione del bene e del presumibile valore di realizzo”, specifica che, con riferimento alla neo disciplinata fattispecie, “Il giudice dell'esecuzione sarà chiamato a compiere una specifica valutazione (…) evitando che vadano avanti (con probabili pregiudizi erariali anche a seguito di azioni risarcitorie per danno da irragionevole durata del processo) procedimenti di esecuzione forzata pregiudizievoli per il debitore ma manifestamente non idonei a produrre il soddisfacimento degli interessi dei creditori in quanto generatori di costi processuali più elevati del concreto valore di realizzo degli asset patrimoniali pignorati”.

RATIO

Deve essere escluso che la disposizione in esame costituisca strumento di contemperamento tra il perseguimento dello scopo tipico dell’esecuzione forzata, dato dal soddisfacimento dei crediti fatti valere nella procedura esecutiva, e l’interesse del debitore a non vedere “svenduto” il proprio bene rispetto ad un ipotetico valore di mercato.

L’art. 164 bis disp. att. c.p.c. non può, infatti, essere interpretato come deroga al disposto dell’art. 2740 c.c., in base al quale il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri. Al contrario, la chiusura anticipata del processo esecutivo per infruttuosità entra in considerazione esclusivamente quando risulti che non è concretamente possibile, sulla base di un’attenta valutazione di tutti gli elementi del caso concreto, il soddisfacimento dei crediti attraverso la vendita dei beni pignorati e l’effettiva attuazione del disposto dell’art. 2740 c.c.

L’interesse tutelato dalla norma deve pertanto essere individuato in quello dell’amministrazione della giustizia ad evitare che proseguano sine die procedure esecutive inidonee a consentire il soddisfacimento degli interessi dei creditori, con inutile dispendio di risorse.

È stato infatti sottolineato che il fondamento della novità normativa risiede nella considerazione della limitatezza della risorsa processuale, che deve essere utilizzata in maniera tale da corrispondere ad un’utilità effettiva del creditore. Ai fini dell’emissione del provvedimento di chiusura anticipata della procedura esecutiva, l’inidoneità rispetto al perseguimento dello scopo tipico, e la conseguente inutilità, deve apparire “manifesta” (cfr. ancora la relazione al DDL di conversione del D.L. n. 132 del 2014).

Così “solo in vista di simile realizzazione risulterà tollerabile l’intrinseca afflittività in danno del debitore” .

È innegabile che l’emissione di un’ordinanza di chiusura anticipata della procedura per infruttuosità corrisponda anche ad un interesse dell’esecutato, che ottiene il risultato di sottrarre il bene all’esecuzione forzata. Tuttavia tale interesse non è oggetto di tutela e non assume rilievo in sé, ma viene - indirettamente – a coincidere con l’interesse dell’amministrazione della giustizia, nel solo caso in cui il sacrificio imposto al soggetto passivo dell’esecuzione risulti vano rispetto al raggiungimento dello scopo.

Comunque, secondo alcuni Tribunali (Belluno, Foggia, Roma, Napoli), assume rilievo anche la posizione del soggetto esecutato, il quale, alla luce dei tanti “ribassi” del prezzo di vendita del proprio bene, subirebbe una situazione “iniqua” in quantovedrebbe venduto il bene ad un prezzo vile, presumibilmente non riuscendo neppure ad estinguere totalmente i propri debiti e a soddisfare integralmente i creditori.

CONCETTI DI RIFERIMENTO

La disposizione in esame fa riferimento all’ipotesi di impossibilità di “ragionevole soddisfacimento” delle “pretese” dei creditori.

RAGIONEVOLE SODDISFACIMENTO: accedo alla tesi secondo cui il “ragionevole soddisfacimento” deve riferirsi ai crediti azionati nell’esecuzione, escludendo che possa essere proseguita una procedura finalizzata al solo recupero delle spese già sostenute nell’esecuzione forzata. Ciò in quanto lo scopo tipico dell’esecuzione deve essere individuato nella soddisfazione – anche parziale, ma quantomeno ragionevole - del credito assistito da titolo esecutivo; una volta che tale scopo risulti effettivamente non realizzabile, non vi sono ragioni per ritenere che la procedura debba proseguire.

Laddove, pertanto, i costi della procedura – nei quali devono essere computati sia quelli già sostenuti che i costi da sostenersi – appaiano superiori al possibile valore di realizzo del compendio pignorato, ovvero comunque tali da non consentire un soddisfacimento dei crediti che possa essere qualificato come “ragionevole”, la procedura dovrà essere chiusa anticipatamente ai sensi dell’art. 164 bis disp. att. c.p.c.

In tal senso sembra deporre anche la già citata relazione al disegno di legge di conversione del D.L. n.132 del 2014, laddove fa riferimento a procedimenti di esecuzione forzata pregiudizievoli per il debitore ma manifestamente non idonei a produrre il soddisfacimento degli interessi dei creditori in quanto generatori di costi processuali più elevati del concreto valore di realizzo degli asset patrimoniali pignorati.

GIUSTO PREZZO: È discusso se il soddisfacimento delle pretese creditorie debba essere considerato in termini assoluti (e quindi con esclusivo riferimento al probabile valore di realizzo del compendio pignorato), ovvero in termini relativi, vale a dire come percentuale di soddisfacimento dei crediti per cui si procede ad esecuzione forzata.

Deve innanzitutto essere chiarito che non può costituire un utile parametro di valutazione della “ragionevolezza” la mera sproporzione (anche considerevole), tra il prezzo base di asta – risultante da successivi ribassi - rispetto al valore di stima. Un simile criterio, infatti, non è in alcun modo desumibile dalla disposizione in esame, che fa, al contrario, esclusivo riferimento alla possibilità di ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori; sono pertanto queste ultime a dovere essere tenute in considerazione al fine di verificare la sussistenza dei presupposti per la chiusura anticipata dell’esecuzione per infruttuosità.

Tale conclusione è suffragata dal costante orientamento della giurisprudenza della Suprema Corte in tema di esercizio del potere del giudice dell’esecuzione di sospendere la vendita ai sensi dell’art. 586 c.p.c., quando ritiene che il prezzo offerto sia notevolmente inferiore a quello “giusto” (cfr. infra Cass. n.18451 del 2015).

Al fine di individuare la nozione di prezzo giusto, infatti, la giurisprudenza fa riferimento alla sussistenza di “fattori devianti” il regolare meccanismo della vendita forzata (e tali da condurre ad una valutazione di “notevole inferiorità” del prezzo offerto rispetto a quello “giusto”), escludendo che assuma rilevanza la sproporzione tra il valore di stima (che non costituisce, pertanto, utile parametro di riferimento per determinare il prezzo “giusto”) ed il prezzo di aggiudicazione.

Deve pertanto condividersi l’orientamento della giurisprudenza di merito, secondo il quale sarebbe “incongruo ipotizzare che l’art. 164 bis disp.att. c.p.c. consenta al giudice di disporre ex ante la chiusura anticipata del processo in ragione della prospettata sproporzione del prezzo di vendita rispetto al presunto valore dell’immobile, laddove sia invece precluso al medesimo giudice ed alle medesime condizioni, l’esercizio ex post del potere di sospensione dell’aggiudicazione” (Tribunale di Roma, ordinanza del 1.10.2015.)

COSA RILEVA ALLORA? Si discute se possano essere individuati criteri predeterminati, in termini assoluti o percentuali, al fine di determinare una soglia, al di sotto della quale il soddisfacimento delle pretese dei creditori debba essere qualificata non ragionevole, e che possa essere assunta come presupposto per l’applicazione dell’art. 164 bis disp. att. c.p.c.

Su questa linea, appare interessante lo sforzo di predeterminare una griglia, attraverso tabelle excel che fanno riferimento a valori percentuali decrescenti con il crescere in valore assoluto del credito da soddisfare, allo scopo di individuare soglie di antieconomicità applicabili ad ogni situazione.

Tale tentativo risulta tuttavia insoddisfacente, in quanto l’applicazione di valori percentuali rispetto all’ammontare dei crediti fatti valere nella procedura esecutiva condurrebbe a risultati palesemente non in linea con la ratio della disposizione in esame, segnatamente in caso di crediti molto rilevanti, in cui anche una soddisfazione percentualmente minima può tradursi in somme non trascurabili in valore assoluto.

Si è così proposto di individuare un criterio assoluto, vale a dire un valore minimo (in alcune discussioni individuato esemplificativamente, per quanto attiene alle espropriazioni immobiliari, nell’importo di € 20.000,00), superato il quale l’esecuzione non potrebbe mai essere ritenuta infruttuosa, ed al di sotto del quale dovrebbe, al contrario, essere valutata la sussistenza dei presupposti per disporre la chiusura anticipata dell’esecuzione.

Appare preferibile evitare di ricercare, in astratto ed ex ante, rigide soluzioni applicabili alle diverse fattispecie che possono presentarsi in concreto: la varietà della casistica giudiziaria impone piuttosto di individuare criteri tendenziali, che possano risultare di aiuto nella concreta applicazione dell’istituto (decadenze, interessamenti, numero vendite esperite, tipologia e stato dei beni ecc..).

Leggi anche "l'interruzione della procedura esecutiva immobiliare per infruttuosità della vendita: prime applicazioni e profili operativi dell'art.164-bis disp. att. c.p.c.

 


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Avv. Claudio Fatta
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