Nota a CASS. PEN., sentenza n.42353/2012

C ostringere i dipendenti ad accettare uno stipendio inferiore ai minimi retributivi con la minaccia di licenziamento configura il reato di estorsione. Lo ha precisato la Cassazione con la sentenza 42352 depositata il 30 Ottobre 2012.

I titolari di un'azienda commerciale erano accusati di aver costretto alcuni dipendenti ad accettare somme inferiori rispetto a quelle indicate in busta paga. In particolare, il datore di lavoro avrebbe messo i lavoratori di fronte all'alternativa di accettare le somme o interrompere il rapporto di lavoro. Dopo le condanne di merito, la vicenda approda in Cassazione.

I titolari dellasocietà criticano il ragionamento della Corte di appello: i magistrati non avrebbero considerato la differenza che intercorre tra l'ipotesi di minaccia di licenziamento se il dipendente non accetta una retribuzione inferiore ai minimi contrattuali, e quella di prospettare allo stesso la necessità di dimettersi se il trattamento economico corrisposto non è ritenuto adeguato.

Del resto, si legge nel ricorso, se le dimissioni postulano una libera valutazione del prestatore di lavoro sull'opportunità di accettare un diverso trattamento retributivo, non è possibile affermare la natura di minaccia dell'alternativalasciata alla libera scelta del lavoratore.

Di diverso avviso la Cassazione, che, dichiarando inammissibile il ricorso, ritiene irrilevante se la minaccia sia consistita nel licenziamento o nella prospettazione di dimissioni. L'evento ingiusto, prosegue l'estensore, va rappresentato proprio nell'interruzione del rapporto di lavoro, essendo le dimissioni un fatto solo apparentemente volontario ma sempre imposto dalla abusiva condotta altrui. In realtà, la condotta illecita è discesa dal pagamento di somme inferiori rispetto a quelle risultanti dalle buste paga, dietro la minaccia di interrompere il rapporto didi lavoro se i dipendenti non le avessero accettate.

La sentenza si pone nel solco di altre recenti pronunce. In particolare, la sentenza della Cassazione 4290/2012 affronta il caso di un imprenditore che formalmente versava una retribuzione corrispondente ai contratti collettivi tramite assegno bancario, ma all'atto del pagamento si faceva restituire la differenza in contanti con la sottoscrizione di una quietanza liberatoria. Il tutto dietro minaccia dell'immediato licenziamento e del pericolo di non poter più trovare lavoro in altre imprese a seguito delle pressioni effettuate sui colleghi del datore. L'imprenditore affermava, in sua difesa, che tutto ciò era frutto di una «libera contrattazione», e che la deroga a quanto previsto dal contratto nazionale o di settore poteva dare luogo al massimo alla violazione della normativa in tema di lavoro. 

La Cassazione afferma invece che integra il delitto di estorsione la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione di mercato a lui favorevole per la prevalenza dell'offerta sulla domanda, costringe i lavoratori, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare trattamenti retributivi deteriori e condizioni di lavoro contrarie alle leggi.


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Avv. Claudio Fatta
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