Molteplici sono le utilità apportate dalla legge sulla composizione della crisi da sovraindebitamento (legge n.3/2012, così come modificata dal D.L. 179/2012), dirette a salvaguardare, oltre gli interessi del debitore, anche quelli dei singoli creditori.

E’ bene ricordare, intanto, che il procedimento di composizione della crisi da sovaindebitamento permette di scegliere tra tre tipi di procedure:
1) accordo coi creditori di composizione della crisi;
2) il piano del consumatore;
3) la liquidazione del patrimonio.
In questa sede, ci occuperemo di analizzare un aspetto molto importante, ovvero, la “sospensione di qualsivoglia azione intrapresa dal creditore che possa arrecare un pregiudizio al patrimonio del debitore”, quale effetto della presentazione della domanda di adesione ad una delle procedure in precedenza indicate ai punti 1) e 2), con enormi benefici per il medesimo.

Si tratta della possibilità che il legislatore offre ad un soggetto particolarmente sovraindebitato (debitore), di “salvare”, almeno temporaneamente, il proprio patrimonio immobiliare (od anche quello mobiliare) da eventuali azioni intraprese dai creditori, permettendogli, sospendendo i processi esecutivi in corso, di porre rimedio alla sua disagiata condizione finanziaria.
L’accordo di composizione della crisi con i creditori prevede la "ristrutturazione" dei debiti e la soddisfazione dei crediti attraverso qualsiasi forma, anche mediante cessione dei redditi futuri e tutelando in tal modo, sia la figura del creditore che quella del debitore.
Qualora tali obiettivi sembrano raggiungibili con la proposta, avanzata a cura e con l’assistenza di un O.C.C. (Organismo di Composizione della Crisi)/professionista, il giudice competente, effettuate le opportune verifiche preliminari sull’ammissibilità della procedura ai sensi degli artt. 7, 8 e 9, provvede a fissare un’udienza di omologazione dell’accordo, ai sensi e per gli effetti dell’art. 10 della succitata legge, disponendo, al contempo, una serie di adempimenti posti a carico del debitore, dei creditori e dell’O.C.C./professionista che ha redatto il piano di accordo.

In questa sede ci occuperemo di analizzare dettagliatamente il 2° comma, lettera c) dell’art. 10 della L. n.3/2012, così come modificato dal D.L. 179/2012, il quale, sancisce che il giudice, con la fissazione dell’udienza di omologazione "dispone che, sino al momento in cui il provvedimento di omologazione diventa definitivo, non possono, sotto pena di nullità, essere iniziate o proseguite azioni esecutive individuali ne’ disposti sequestri conservativi ne’ acquistati diritti di prelazione sul patrimonio del debitore che ha presentato la proposta di accordo, da parte dei creditori aventi titolo o causa anteriore; la sospensione non opera nei confronti dei titolari di crediti impignorabili”.

Dalla disamina di tale norma si evince come il decreto emesso dal giudice, e quindi l’intera procedura, in cui viene fissata l’udienza di omologazione dell’accordo di composizione della crisi coi creditori, costituisca al contempo sia uno strumento per garantire la parità dei creditori medesimi, impedendo che alcuni possano acquisire una posizione di vantaggio rispetto ad altri, sia un’importante opportunità per il debitore di protezione temporanea del proprio patrimonio nei confronti dei predetti, aventi titolo anteriore all’emissione del provvedimento, con esclusione dei soli soggetti che vantano crediti impignorabili.
Tale meccanismo avviene in maniera del tutto automatica, prescindendo da un’eventuale istanza fatta dal debitore.
Inoltre, tale effetto, non è soggetto al potere discrezionale del giudice, il quale, è tenuto a determinare gli effetti sanciti dall’art. 10 co.2 lett. c) in base al quale, lo si ripete, per i creditori anteriori e fino alla definitiva omologa dell’accordo, sotto pena di nullità, non possono essere iniziate o proseguite azioni esecutive individuali, non possono disposti sequestri conservativi e non possono essere acquistati diritti di prelazione sul patrimonio del debitore.
Ovviamente, tali effetti, diventeranno definitivi con l’omologazione, per la quale occorre il parere favorevole del 60% dei creditori.
Al contrario, si tenga presente che i creditori aventi titolo o causa posteriore al provvedimento predetto potranno intraprendere le azioni più opportune per soddisfare la loro legittima pretesa.
Il decreto del giudice, dunque, ben può essere equiparato a tutti gli effetti ad un atto di pignoramento.
La disposizione in questione presenta delle forti similitudini con l'art.51 della Legge Fallimentare, il quale sancisce il divieto di azioni esecutive e cautelari individuali “salvo diversa disposizione della legge, dal giorno della dichiarazione di fallimento nessuna azione individuale esecutiva o cautelare, anche per crediti maturati durante il fallimento, può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento”.
Tale effetto è richiamato anche dall’art.168, c. 1, L.F. in tema di concordato preventivo, e precisamente: “dalla data della pubblicazione del ricorso nel registro delle imprese e fino al momento in cui il decreto di omologazione del concordato preventivo diventa definitivo, i creditori per titolo o causa anteriore [al decreto] non possono, sotto pena di nullità, iniziare o proseguire azioni esecutive e cautelari sul patrimonio del debitore”.
E’ chiaro, dunque, l’intento del legislatore, nelle sue varie espressioni legislative, di ideare un sistema a garanzia sia del debitore che del creditore.

Quanto sin qui trattato vale, sotto il profilo degli effetti e del contenuto della procedura, anche nel caso del "piano del consumatore" (o piano di risanamento dei debiti), che costituisce una procedura destinata, in alternativa a quella dell’accordo da sovraindebitamento, a quei soggetti privati che rivestono la qualità di consumatore, che si trovano in una situazione finanziaria caratterizzata da una elevata quantità di debiti sorti per scopi diversi dall’attività imprenditoriale o professionale.
Ebbene, anche in questo caso, con l’adesione al piano del consumatore, il debitore beneficia degli stessi divieti imposti ai creditori previsti per l’accordo, ovvero: non possono essere iniziate o proseguite azioni esecutive individuali, non possono essere disposti sequestri conservativi e non possono essere acquistati diritti di prelazione sul patrimonio del debitore.
E’ una procedura alternativa all’accordo, la quale, inoltre, beneficia anche del fatto che con essa non è previsto il raggiungimento del parere favorevole del 60% dei creditori per l’omologazione del piano.
Questo giudizio, dunque, si incentra sull’accertamento della fattibilità del piano, la sua idoneità ad assicurare il pagamento dei crediti impignorabili e della meritevolezza del debitore, ed è preclusa, ai creditori, la possibilità di esprimersi in merito, e quindi di disapprovare il piano.

Ritornando alla questione che ci occupa in questa sede, ovvero la sospensione delle azioni pregiudizievoli intraprese dai creditori, con riferimento al piano del consumatore, l’art. 12-bis, c.2, della L. n.3/2012 dispone che “Quando, nelle more della convocazione dei creditori, la prosecuzione di specifici procedimenti di esecuzione forzata potrebbe pregiudicare la fattibilità del piano, il giudice, con lo stesso decreto, può disporre la sospensione degli stessi sino al momento in cui il provvedimento di omologazione diventa definitivo”.
Dal dettato normativo, è facile rilevare un’ulteriore differenza rispetto alla procedura di accordo coi creditori: nel piano del consumatore, la sospensione non opera in automatico ed è soggetta al potere discrezionale del giudice, il quale effettua una valutazione nell’interesse sia del debitore, che del creditore.
Inoltre è bene ricordare che una volta omologato l’accordo, esso è obbligatorio per tutti i creditori anteriori al momento in cui è stata eseguita la pubblicità del decreto di
ammissione alla procedura.
Quindi possono trarsi le seguenti conclusioni:
i creditori aventi causa o titolo posteriore all’accordo non possono procedere esecutivamente sui beni oggetto del piano;
i creditori aventi titolo o causa anteriori al piano, potranno procedere con azioni esecutive solo qualora il giudice non abbia provveduto a sospenderle ex art. 12 bis co. 2°, col decreto di fissazione dell’udienza di omologazione.
In tal caso, qualora venga disposta la sospensione dell’esecuzione in corso, essa potrà cessare al momento della mancata omologazione del piano; oppure perdurerà, in caso di omologazione (art. 12 ter), sino alla completa esecuzione del piano.

In conclusione, la legge n.3/2012 oltre ad essere un efficacissimo strumento (purtroppo, ad oggi ancora poco conosciuto ed utilizzato dai più) per risolvere situazioni di sovraindebitamento da cui il debitore non potrebbe uscire altrimenti, si rivela un’eccezionale strumento in tutte le ipotesi in cui il sovraindebitamento abbia portato, come spesso accade, ad azioni esecutive che, bloccando il patrimonio immobiliare del debitore, gli impediscano di risolvere i propri problemi finanziari sia liquidando al giusto prezzo quegli immobili (cosa che sappiamo non avvenire alle aste dove il debitore vede abitualmente svenduti quegli immobili ad un prezzo iniquo), che ottenendo di poter uscire dalla propria posizione di crisi attraverso delle adeguatamente lunghe rateizzazioni (abbiamo affrontato diverse volte infatti l’argomento delle transazioni a saldo e stralcio che se consentono di tagliare buona parte del debito, non consentono rateizzazioni sufficientemente lunghe da consentire il più delle volte a chi non abbia grosse somme disponibili di risolvere la propria situazione debitoria), lunghe rateizzazioni che sono possibili specie laddove si presenti un piano del consumatore (spesso la fattibilità di questi piani è strettamente legata ad una rata sostenibile rispetto alle entrate ed uscite del debitore).

Leggi anche "l'interruzione della procedura esecutiva immobiliare per infruttuosità della vendita: prime applicazioni e profili operativi dell'art.164-bis disp. att. c.p.c."


 

 * * * * *

Già la riforma del processo esecutivo del 2005 aveva preso espressamente in considerazione l’ipotesi di insufficienza dei beni pignorati alla soddisfazione del credito (art. 492 comma 4° c.p.c.), imponendo all’ufficiale giudiziario di invitare il debitore ad indicare ulteriori beni utilmente pignorabili (analogo invito può essere rivolto dal creditore procedente a seguito dell’intervento di altri creditori).

La ratio della norma discendeva dalla volontà del legislatore di evitare processi esecutivi inutili (perché insoddisfacenti per il creditore) e/o di lunga durata (analoga intenzione si rinviene negli artt. 42, 3° co., 102 e 104-ter L.F.).

In tal senso è stato introdotto l’art. 164-bis disp. att. c.p.c. (ex D.L. 12 settembre 2014, n.132 conv. nella Legge 10 novembre 2014, n.162.), entrato in vigore l’11.11.2014 ed applicabile, per espressa previsione, alle procedure esecutive in corso, rubricato “Infruttuosità dell’espropriazione forzata”, a mente del quale “quando risulta che non è più possibile conseguire un ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori, anche tenuto conto dei costi necessari per la prosecuzione della procedura, delle probabilità di liquidazione del bene e del presumibile valore di realizzo, è disposta la chiusura anticipata del processo esecutivo” .

PRIMA DELLA RIFORMA DEL 2014

Prima dell'introduzione nel 2014 dell'art.164-bis disp. att. c.p.c., in mancanza di una disciplina normativa che regolasse l’ipotesi di inutile protrarsi della procedura esecutiva a seguito di successivi plurimi esperimenti di vendita a prezzi irrisori, la giurisprudenza di merito aveva fatto ricorso alla cosiddetta “estinzione atipica”, nei casi in cui il processo esecutivo non potesse raggiungere il proprio scopo tipico, individuato nel conseguimento di un effettivo realizzo e nel soddisfacimento, quantomeno parziale, del credito azionato (c.d. “estinzione atipica incolpevole”: Cfr. Tribunale di Salerno, 6 giugno 2002 n. 1799, in un’ipotesi di opposizione agli atti esecutivi avverso un’ordinanza di estinzione del processo esecutivo, “per impossibilità del medesimo di conseguire alcun risultato”), facendo leva sul principio costituzionale di ragionevole durata del processo civile (art. 111 Cost.).

Tuttavia, la Suprema Corte aveva disatteso tale orientamento, enunciando un principio di diritto secondo il quale “Nell'attuale disciplina normativa dell'esecuzione forzata vige il principio della tassatività delle ipotesi di estinzione del processo esecutivo e, conseguentemente, non è legittimo un provvedimento di c.d. estinzione atipica fondato sulla improseguibilità per "stallo" della procedura di vendita forzata e, quindi, sulla inutilità o non economicità sopravvenuta del processo esecutivo. (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 27148 del 19/12/2006. Sulla base di tale principio la S.C. ha accolto il ricorso avverso la sentenza n. 2550/03 del Tribunale di SALERNO, con la quale era stata rigettata l'opposizione agli atti esecutivi).

Con l’introduzione dell’art. 164 bis disp. att. c.p.c., pertanto, il legislatore ha recepito l’orientamento espresso da parte della giurisprudenza di merito, e disatteso dalla Suprema Corte, che l’aveva ritenuto meritevole di considerazione solo de iure condendo, introducendo una fattispecie tipica di chiusura anticipata dell’esecuzione forzata per impossibilità della stessa di raggiungimento del suo scopo.

Si è pertanto in presenza di un’ipotesi “tipica” di estinzione “atipica” della procedura esecutiva. Cfr. Cass. n. 27148 del 19/12/2006, in motivazione: “Un provvedimento di improseguibilità per "stallo" nelle procedure di vendita forzata per inutilità o non economicità sopravvenuta del processo esecutivo (la cui teorica ammissibilità deriverebbe dalla stessa costruzione sistematica dei rimedi precisati dalla decisione di questa Corte n. 6391 del 2004) non può essere considerato legittimo alla luce della vigente normativa. Il fondamento della estinzione atipica è ravvisato dal Giudice della esecuzione in una serie di considerazioni, fondate sul principio costituzionale della ragionevole durata del processo (art. 111 Cost.) e sulle responsabilità che derivano alla giurisdizione dalla gestione di processi eccessivamente lunghi, con ricadute anche economiche sull'erario e in definitiva sulla collettività. Gli argomenti esposti nella ordinanza impugnata hanno il loro pregio e potrebbero essere condivisi "de iure condendo" in un quadro generale della giurisdizione e nella prospettiva della ricerca di strumenti, anche endoprocessuali, di sollecitazione e speditezza dei procedimenti.

QUANDO E' APPLICABILE IL NUOVO ART.164-bis?

La relazione relativa al Disegno di legge di conversione del D.L. 12 settembre 2014, n. 132 nel dare atto dell’introduzione di una “fattispecie di chiusura anticipata del processo esecutivo per infruttuosità (articolo 164-bis disp. att. del codice di procedura civile) quando risulta che non è più possibile conseguire un ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori, anche tenuto conto dei costi necessari per la prosecuzione della procedura, delle probabilità di liquidazione del bene e del presumibile valore di realizzo”, specifica che, con riferimento alla neo disciplinata fattispecie, “Il giudice dell'esecuzione sarà chiamato a compiere una specifica valutazione (…) evitando che vadano avanti (con probabili pregiudizi erariali anche a seguito di azioni risarcitorie per danno da irragionevole durata del processo) procedimenti di esecuzione forzata pregiudizievoli per il debitore ma manifestamente non idonei a produrre il soddisfacimento degli interessi dei creditori in quanto generatori di costi processuali più elevati del concreto valore di realizzo degli asset patrimoniali pignorati”.

RATIO

Deve essere escluso che la disposizione in esame costituisca strumento di contemperamento tra il perseguimento dello scopo tipico dell’esecuzione forzata, dato dal soddisfacimento dei crediti fatti valere nella procedura esecutiva, e l’interesse del debitore a non vedere “svenduto” il proprio bene rispetto ad un ipotetico valore di mercato.

L’art. 164 bis disp. att. c.p.c. non può, infatti, essere interpretato come deroga al disposto dell’art. 2740 c.c., in base al quale il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri. Al contrario, la chiusura anticipata del processo esecutivo per infruttuosità entra in considerazione esclusivamente quando risulti che non è concretamente possibile, sulla base di un’attenta valutazione di tutti gli elementi del caso concreto, il soddisfacimento dei crediti attraverso la vendita dei beni pignorati e l’effettiva attuazione del disposto dell’art. 2740 c.c.

L’interesse tutelato dalla norma deve pertanto essere individuato in quello dell’amministrazione della giustizia ad evitare che proseguano sine die procedure esecutive inidonee a consentire il soddisfacimento degli interessi dei creditori, con inutile dispendio di risorse.

È stato infatti sottolineato che il fondamento della novità normativa risiede nella considerazione della limitatezza della risorsa processuale, che deve essere utilizzata in maniera tale da corrispondere ad un’utilità effettiva del creditore. Ai fini dell’emissione del provvedimento di chiusura anticipata della procedura esecutiva, l’inidoneità rispetto al perseguimento dello scopo tipico, e la conseguente inutilità, deve apparire “manifesta” (cfr. ancora la relazione al DDL di conversione del D.L. n. 132 del 2014).

Così “solo in vista di simile realizzazione risulterà tollerabile l’intrinseca afflittività in danno del debitore” .

È innegabile che l’emissione di un’ordinanza di chiusura anticipata della procedura per infruttuosità corrisponda anche ad un interesse dell’esecutato, che ottiene il risultato di sottrarre il bene all’esecuzione forzata. Tuttavia tale interesse non è oggetto di tutela e non assume rilievo in sé, ma viene - indirettamente – a coincidere con l’interesse dell’amministrazione della giustizia, nel solo caso in cui il sacrificio imposto al soggetto passivo dell’esecuzione risulti vano rispetto al raggiungimento dello scopo.

Comunque, secondo alcuni Tribunali (Belluno, Foggia, Roma, Napoli), assume rilievo anche la posizione del soggetto esecutato, il quale, alla luce dei tanti “ribassi” del prezzo di vendita del proprio bene, subirebbe una situazione “iniqua” in quantovedrebbe venduto il bene ad un prezzo vile, presumibilmente non riuscendo neppure ad estinguere totalmente i propri debiti e a soddisfare integralmente i creditori.

CONCETTI DI RIFERIMENTO

La disposizione in esame fa riferimento all’ipotesi di impossibilità di “ragionevole soddisfacimento” delle “pretese” dei creditori.

RAGIONEVOLE SODDISFACIMENTO: accedo alla tesi secondo cui il “ragionevole soddisfacimento” deve riferirsi ai crediti azionati nell’esecuzione, escludendo che possa essere proseguita una procedura finalizzata al solo recupero delle spese già sostenute nell’esecuzione forzata. Ciò in quanto lo scopo tipico dell’esecuzione deve essere individuato nella soddisfazione – anche parziale, ma quantomeno ragionevole - del credito assistito da titolo esecutivo; una volta che tale scopo risulti effettivamente non realizzabile, non vi sono ragioni per ritenere che la procedura debba proseguire.

Laddove, pertanto, i costi della procedura – nei quali devono essere computati sia quelli già sostenuti che i costi da sostenersi – appaiano superiori al possibile valore di realizzo del compendio pignorato, ovvero comunque tali da non consentire un soddisfacimento dei crediti che possa essere qualificato come “ragionevole”, la procedura dovrà essere chiusa anticipatamente ai sensi dell’art. 164 bis disp. att. c.p.c.

In tal senso sembra deporre anche la già citata relazione al disegno di legge di conversione del D.L. n.132 del 2014, laddove fa riferimento a procedimenti di esecuzione forzata pregiudizievoli per il debitore ma manifestamente non idonei a produrre il soddisfacimento degli interessi dei creditori in quanto generatori di costi processuali più elevati del concreto valore di realizzo degli asset patrimoniali pignorati.

GIUSTO PREZZO: È discusso se il soddisfacimento delle pretese creditorie debba essere considerato in termini assoluti (e quindi con esclusivo riferimento al probabile valore di realizzo del compendio pignorato), ovvero in termini relativi, vale a dire come percentuale di soddisfacimento dei crediti per cui si procede ad esecuzione forzata.

Deve innanzitutto essere chiarito che non può costituire un utile parametro di valutazione della “ragionevolezza” la mera sproporzione (anche considerevole), tra il prezzo base di asta – risultante da successivi ribassi - rispetto al valore di stima. Un simile criterio, infatti, non è in alcun modo desumibile dalla disposizione in esame, che fa, al contrario, esclusivo riferimento alla possibilità di ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori; sono pertanto queste ultime a dovere essere tenute in considerazione al fine di verificare la sussistenza dei presupposti per la chiusura anticipata dell’esecuzione per infruttuosità.

Tale conclusione è suffragata dal costante orientamento della giurisprudenza della Suprema Corte in tema di esercizio del potere del giudice dell’esecuzione di sospendere la vendita ai sensi dell’art. 586 c.p.c., quando ritiene che il prezzo offerto sia notevolmente inferiore a quello “giusto” (cfr. infra Cass. n.18451 del 2015).

Al fine di individuare la nozione di prezzo giusto, infatti, la giurisprudenza fa riferimento alla sussistenza di “fattori devianti” il regolare meccanismo della vendita forzata (e tali da condurre ad una valutazione di “notevole inferiorità” del prezzo offerto rispetto a quello “giusto”), escludendo che assuma rilevanza la sproporzione tra il valore di stima (che non costituisce, pertanto, utile parametro di riferimento per determinare il prezzo “giusto”) ed il prezzo di aggiudicazione.

Deve pertanto condividersi l’orientamento della giurisprudenza di merito, secondo il quale sarebbe “incongruo ipotizzare che l’art. 164 bis disp.att. c.p.c. consenta al giudice di disporre ex ante la chiusura anticipata del processo in ragione della prospettata sproporzione del prezzo di vendita rispetto al presunto valore dell’immobile, laddove sia invece precluso al medesimo giudice ed alle medesime condizioni, l’esercizio ex post del potere di sospensione dell’aggiudicazione” (Tribunale di Roma, ordinanza del 1.10.2015.)

COSA RILEVA ALLORA? Si discute se possano essere individuati criteri predeterminati, in termini assoluti o percentuali, al fine di determinare una soglia, al di sotto della quale il soddisfacimento delle pretese dei creditori debba essere qualificata non ragionevole, e che possa essere assunta come presupposto per l’applicazione dell’art. 164 bis disp. att. c.p.c.

Su questa linea, appare interessante lo sforzo di predeterminare una griglia, attraverso tabelle excel che fanno riferimento a valori percentuali decrescenti con il crescere in valore assoluto del credito da soddisfare, allo scopo di individuare soglie di antieconomicità applicabili ad ogni situazione.

Tale tentativo risulta tuttavia insoddisfacente, in quanto l’applicazione di valori percentuali rispetto all’ammontare dei crediti fatti valere nella procedura esecutiva condurrebbe a risultati palesemente non in linea con la ratio della disposizione in esame, segnatamente in caso di crediti molto rilevanti, in cui anche una soddisfazione percentualmente minima può tradursi in somme non trascurabili in valore assoluto.

Si è così proposto di individuare un criterio assoluto, vale a dire un valore minimo (in alcune discussioni individuato esemplificativamente, per quanto attiene alle espropriazioni immobiliari, nell’importo di € 20.000,00), superato il quale l’esecuzione non potrebbe mai essere ritenuta infruttuosa, ed al di sotto del quale dovrebbe, al contrario, essere valutata la sussistenza dei presupposti per disporre la chiusura anticipata dell’esecuzione.

Appare preferibile evitare di ricercare, in astratto ed ex ante, rigide soluzioni applicabili alle diverse fattispecie che possono presentarsi in concreto: la varietà della casistica giudiziaria impone piuttosto di individuare criteri tendenziali, che possano risultare di aiuto nella concreta applicazione dell’istituto (decadenze, interessamenti, numero vendite esperite, tipologia e stato dei beni ecc..).

Leggi anche "l'interruzione della procedura esecutiva immobiliare per infruttuosità della vendita: prime applicazioni e profili operativi dell'art.164-bis disp. att. c.p.c.

 


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L a legge del 28 aprile 2014 n.67, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 100 del 2 maggio 2014, introduce l'importante novità della sospensione del procedimento con messa alla prova, già conosciuta nel processo penale a carico di imputati minorenni, ed ora estesa, come da tempo si auspicava, anche agli imputati maggiorenni.

Il nuovo istituto vuole facilitare il percorso di risocializzazione e reinserimento alternativo per gli autori di reati di minore allarme sociale; inoltre, consentendo di evitare il dibattimento, rappresenta anche un importante strumento deflattivo del processo penale.

1) In cosa consiste la messa alla prova:

Come la messa alla prova prevista per i minorenni, anche quella per gli adulti consiste nell'affidamento dell'interessato al servizio sociale per lo svolgimento di un programma di trattamento (che può comprendere, ad esempio, attività di volontariato di rilievo sociale o il divieto di frequentazione di determinati locali) e nella prestazione di condotte riparatorie, volte alla eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, e, ove possibile, anche risarcitorie

Il nuovo istituto prescrive lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità, sanzione già prevista dalle disposizioni sulla competenza del Giudice di Pace (art. 54 d.lgs. n. 274 del 2000), dal testo unico in materia di sostanze stupefacenti (art. 73, comma 5-bis, d.P.R. n. 309 del 1990) e dal Codice della Strada (per l'applicazione della detta sanzione in seguito alla commissione di reati stradali, quale la guida in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di sostanze stupefacenti, si rinvia all'approfondimento "Guida in stato di ebbrezza").

Tuttavia, rispetto alle disposizioni ora richiamate, la legge n. 67 del 2014 ha indicato talune peculiarità del lavoro socialmente utile, in linea con le indicazioni formulate all'art. 1 della medesima legge laddove viene delegata al Governo la riforma del sistema sanzionatorio. Più precisamente, il lavoro di pubblica utilità consiste nella prestazione di una attività non retribuita in favore della collettività, che deve tenere conto della professionalità e delle attitudini lavorative dell'imputato e le cui modalità di svolgimento non devono pregiudicare le sue esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute. La sua durata è fissata nel minimo, pari a 10 giorni, ma non nel massimo; ed al giorno non posso essere svolte più di 8 ore di lavoro.

La prestazione socialmente utile può essere svolta presso lo Stato, le regioni, le provincie, i comuni e le aziende sanitarie o presso enti od organizzazioni, anche internazionali, di assistenza sociale, sanitaria e di volontariato. Non è chiaro, non essendovi alcuna precisazione nella legge, se gli enti presso i quali è possibile prestare il lavoro non retribuito debbano essere convenzionati.

Il programma di trattamento deve essere elaborato d'intesa con l'U.E.P.E., ossia l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna, e deve comprendere tutte le prescrizioni di cui si compone la messa alla prova: da quelle relative al lavoro di pubblica utilità alle prescrizioni comportamentali (sul luogo di dimora, sulla libertà di movimento e sull'eventuale divieto di frequentare determinati locali); dalle condotte riparatorie e risarcitorie, volte ad eliminare o attenuare le conseguenze del reato, a quelle relative ad una eventuale mediazione con la persona offesa. In altre parole, il programma di trattamento rappresenta quel percorso riabilitativo e risocializzante che l'imputato deve intraprendere durante la messa alla prova, e del quale fanno parte integrante anche i comportamenti indirizzati alla persona offesa; in tale processo di reinserimento sociale, se possibile e necessario, vengono coinvolti pure il nucleo familiare dell'imputato ed il suo ambiente di vita.

2) I limiti di applicabilità:

L'istituto della messa alla prova prevede taluni limiti di applicabilità, due di natura oggettiva ed uno di natura soggettiva; più precisamente, come si legge nell'art. 168-bis c.p., la sospensione del procedimento con messa alla prova: – è ammessa solo per i reati puniti con la sola pena edittale pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria, e per i delitti indicati dal comma 2 dell'art. 550 c.p.p. (fra i quali la resistenza ad un pubblico ufficiale, la rissa aggravata, il furto aggravato e la ricettazione); – non può essere concessa più di una volta; – e non può applicarsi al soggetto dichiarato delinquente professionale, abituale o per tendenza.

3) La richiesta di applicazione della nuova misura:

La richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova può essere proposta oralmente o per iscritto (con sottoscrizione autenticata), personalmente o dal difensore munito di procura speciale (art. 464-bis c.p.p.).

Quanto al termine ultimo per la presentazione della richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova, questa deve essere formulata prima delle conclusioni rassegnate dalle parti al termine dell'udienza preliminare o prima dell'apertura del dibattimento di primo grado; in caso di decreto penale di condanna la richiesta deve essere presentata con l'atto di opposizione e in caso di giudizio immediato il termine per avanzare la richiesta è quello previsto per la richiesta degli altri riti alternativi (art. 464-bis c.p.p.).

La richiesta può essere presentata anche al Giudice per le indagini preliminari nel corso delle indagini preliminari (art. 464-ter c.p.p.), potendo il Pubblico Ministero, anche prima che venga esercitata l'azione penale e se ne ricorrono i presupposti, avvisare l'interessato della facoltà di chiedere di essere ammesso al beneficio di cui agli artt. 168-bis e ss. c.p. (art. 141-bis delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie al codice di procedura penale).

In caso di richiesta avanzata nel corso delle indagini preliminari, il G.I.P., ricevuta la richiesta, la trasmette al Pubblico Ministero, il quale entro 5 giorni deve esprimere il proprio parere. Sulla richiesta dell'indagato/imputato il Giudice decide con ordinanza dopo aver sentito le parti (accusa e difesa) e la persona offesa. In base ai parametri dell'art. 133 c.p., sulla gravità del reato e la capacità a delinquere del reo, se il Giudice ritiene idoneo il programma di trattamento presentato e ritiene che l'imputato si asterrà in futuro dal commettere ulteriori reati, dopo aver valutato che il domicilio dell'imputato assicura le esigenze di tutela della persona offesa, concede il beneficio disponendo con ordinanza la sospensione del procedimento con messa alla prova (art. 464-quater c.p.p.).

Prima dell'inizio della prova, con il consenso dell'indagato/imputato il Giudice può integrare o modificare il programma trattamentale; diversamente, eventuali modifiche al programma, impartite dal Giudice durante la messa alla prova, non presuppongono il consenso dell'imputato ma solo la sua consultazione.

4) Lo svolgimento della messa alla prova ed i suoi possibili esiti:

L'ordinanza di concessione del beneficio viene immediatamente trasmessa all'U.E.P.E. cui è demandata la presa in carico dell'imputato e che deve informare il Giudice sull'andamento della messa alla prova (art. 141-ter disp.att.c.p.p.).

Con la stessa ordinanza scatta la sospensione della prescrizione del reato. Sulla base del programma di trattamento redatto dall'U.E.P.E., il Giudice stabilisce la durata della messa alla prova, e dunque il termine entro il quale l'imputato deve adempiere alle prescrizioni riparatorie e risarcitorie. In ogni caso la durata della sospensione del procedimento non può essere superiore ad un anno per i reati puniti con la sola pena pecuniaria e a due anni per i reati puniti con la pena detentiva.

Decorso il periodo di sospensione del procedimento e ricevuta la relazione conclusiva dell'U.E.P.E. sulla messa alla prova, se il Giudice ritiene che la prova abbia avuto esito positivo dichiara con sentenza l'estinzione del reato; non si estinguono però le eventuali sanzioni amministrative accessorie.

Se invece l'esito della messa alla prova è negativo, il Giudice dispone con ordinanza che il procedimento riprenda il suo corso (art. 464-septies, comma 2, c.p.p.); in tal caso l'istanza per la concessione del beneficio in esame non può più essere riproposta.

È poi prevista la revoca della sospensione del procedimento con messa alla prova in caso di grave o reiterata trasgressione al programma di trattamento o alle prescrizioni imposte, in caso di rifiuto di svolgere il lavoro di pubblica utilità ed in caso di commissione, durante il periodo di prova, di un nuovo delitto non colposo ovvero di un reato della stessa indole di quello per cui si procede (art. 168-quater c.p.)


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Cracò + 104 contro Corte dei Conti

Con le quattro sentenze “di San Bernardino” (le nn.10510, 10511, 10512 e 10513 del 20.05.2016) la Suprema Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di 105 ricorrenti che, rappresentati e difesi dall'Avv. Nino Bullaro del Foro di Palermo, coadiuvato dagli Avv.ti Luigi Barbone, Gianluca Nigrelli, Alessandro Savoca e Claudio Fatta, avevano ritenuto illegittima la diffusione in internet, da parte dei Giudici della Corte dei Conti, Sez. Giur. Palermo, dei loro dati sanitari e strettamente personali nelle sentenze che li riguardavano.

Nel corso del procedimento, iniziato dinanzi al Tribunale di Palermo nel 2009, la Corte dei Conti, rappresentata e difesa come per legge dall'Avvocatura di Stato, ha sostenuto la legittimità del proprio operato invocando gli artt.51 e 52 del D.lgs. n.196/2003 (Codice della Privacy), i quali prevedono che (salvo il solo caso di espressa richiesta dell'interessato di aver oscurati i propri dati sensibili) le sentenza ed i provvedimenti giudiziari possono riportare dati personali, anagrafici ed anche sanitari, “per finalità di studio e di informazione giuridica”.

I 105 ricorrenti guidati dallo Studio legale Bullaro hanno invece sostenuto la “natura speciale” dei dati sanitari divulgati dalla Corte dei Conti, e quindi che la loro pubblicazione su internet non avesse soddisfatto alcun minimo interesse pubblico.

Ai sensi dell'art.22 del D.lgs n.196/2003, questa diffusione era stata quindi illegittima, anche in assenza di espressa richiesta fatta dagli interessati per l'oscuramento dei dati personali.

Come anzidetto, con le sentenze in commento, la Corte di Cassazione ha accolto i quattro ricorsi dello Studio Bullaro affermando il principio secondo cuiAppare pertanto illecita la diffusione delle generalità del ricorrente, con riferimento ad un provvedimento giurisdizionale, ove si indicava il suo stato di salute e le sue invalidità. Relativamente ai dati idonei a rivelare lo stato di salute, esiste uno specifico divieto di diffusione anche per i soggetti pubblici. La salvaguardia dei diritti degli interessati attraverso un oscuramento delle loro generalità, non pregiudica la finalità di informazioni giuridica, ma può risultare necessaria nella prospettiva di un bilanciamento dei diversi interessi per tutelare la sfera di riservatezza dei soggetti coinvolti”. Nel settore civile vanno omessi, anche in mancanza di richiesta, le generalità nonché altri dati identificativi” (Massima non ufficiale)

TESTO DELLE SENTENZE SU RICHIESTA.


 

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Il Ministero dello Sviluppo Economico affianca e sostiene l’imprenditoria femminile attraverso un nuovo bando che offre agevolazioni alle imprese di micro e piccola dimensione. Il totale degli incentivi ammonta a 50 ml di euro erogati dal Fondo rotativo del Ministero dell’economia e delle finanze presso il Soggetto gestore, Invitalia.

I beneficiari saranno imprese di micro e piccola dimensione in possesso del requisito di prevalente partecipazione da parte di donne (senza limite di età), costituite in forma societaria da non più di 12 mesi dalla data di presentazione della domanda

Saranno oggetto di finanziamento ammissibili, interventi relativi a:

– produzione di beni nei settori dell’industria, dell’artigianato, della trasformazione dei prodotti agricoli;

– fornitura di servizi alle imprese e alle persone in qualsiasi settore;

– commercio di beni e servizi;

– turismo;

– attività turistico-culturali;

– innovazione sociale.

Tipo di agevolazione: regime de minimis (fino al limite max di 200.000 euro), nella forma di finanziamenti alle imprese agevolati (mutui) a tasso zero, della durata massima di 8 anni, a copertura di non più del 75% delle spese. I programmi d’investimento devono prevedere spese non superiori a 1,5 milioni di euro. L’impresa beneficiaria deve garantire la copertura finanziaria del programma di investimento apportando un contributo finanziario, attraverso risorse proprie ovvero mediante finanziamento esterno, in una forma priva di qualsiasi tipo di sostegno pubblico, pari al 25% delle spese ammissibili complessive.

Termini e modalità: Circolare direttoriale 9 ottobre 2015 n. 75445


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Il Disegno di Legge sulle unioni civili, dopo che ieri ha ottenuto il via libera alla Camera (372 sì, 51 no e 99 astenuti), è diventato legge ufficiale dello Stato.

Tra luci e ombre, e minacce di referendum abrogativo, la legge varata dalla Camera, dopo oltre vent'anni di tentativi falliti, allinea l'Italia al resto d'Europa.

La Legge, in particolare, introdue due nuovi istituti nel nostro ordinamento: le convivenze di fatto e le unioni civili omosessuali.

Le coppie di fatto (sia etero che omosessuali) comportano obblighi reciproci minori rispetto alle unioni civili, mancando alcuni importanti diritti, come, ad esempio, la reversibilità. Invece, le unioni civili (per le copie omosessuali), comportano una serie di diritti e doveri molto forti, che le avvicinano al matrimonio, tra cui la reversibilità della pensione. Ma non sono state ammesse le adozioni.


1) LE CONVIVENZE DI FATTO:

La prima formazione istituita dalla Legge in commento riguarda le convivenze di fatto, relative sia alle coppie eterosessuali che omosessuali. La legge considera "conviventi di fatto" due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune.

- I diritti:

Sono estese ai conviventi di fatto alcune prerogative che spettano oggi ai coniugi. Tra gli altri: i diritti previsti dall'ordinamento penitenziario; il diritto di visita in ambito sanitario; la facoltà di designare il partner come rappresentante (anche per le decisioni sulla scelta di donare gli organi); i diritti inerenti la casa di abitazione; il diritto al risarcimento del danno da fatto illecito.

La legge prevede inoltre il subentro nell'affitto o il diritto a rimanere fino a 5 anni nella caso di proprietà del partner in caso del suo decesso.

Inoltre, alla cessazione della convivenza potrà conseguire il diritto agli alimenti in capo ad uno dei due partner. Tale diritto deve essere affermato dal Giudice, in base allo stato di bisogno in cui versi il convivente e all'impossibilità di provvedere al proprio mantenimento.

Spetterà sempre al Giudice determinare la misura (in base alle norme del codice civile) e la durata dell'obbligo alimentare, in proporzione alla durata della convivenza.

- I contratti di convivenza:

I partner possono stipulare un contratto di convivenza mediante il quale disciplinare i propri rapporti patrimoniali.

Il contratto, sottoscritto da un Notaio o da un Avvocato, si risolve nei seguenti casi: per la morte del partner; per recesso unilaterale o accordo tra le parti; nell'ipotesi di matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente e un terzo.

 


2) LE UNIONI CIVILI OMOSESSUALI:

L'altra novità della nuova legge è l'introduzione dell'istituto delle unioni civili tra due persone dello stesso sesso.

Queste vengono definite "formazioni sociali specifiche" per non confonderle con il matrimonio.

- La costituzione dell'unione civile:

L'unione civile si costituisce di fronte all'Ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni. L'atto viene registrato nell'archivio dello stato civile.

Non potrà unirsi civilmente chi è ancora sposato, chi ha legami di parentela, chi ha commesso un omicidio (o un tentato omicidio) nei confronti di un precedente coniuge o membro di un'unione civile.

Le parti potranno concordare tra loro "l'indirizzo della vita familiare e fissano la residenza comune".

- Gli obblighi:

Dall'unione civile deriva l'obbligo reciproco all'assistenza morale e materiale e alla coabitazione.

Il testo di legge approvato non ha più previsto l'obbligo di fedeltà e neppure l'adozione co-genitoriale, la cosiddetta "stepchild adoption".

Entrambe le parti sono tenute, inoltre, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni.

Il regime patrimoniale dell'unione è la comunione dei beni, salvo che la coppia non scelga la separazione.

- I diritti:

I due partner avranno, innanzitutto, la possibilità di scegliere il cognome dell'altro, anteponendolo o posponendolo al proprio.

Inoltre, spettano al partner dell'unione sia la pensione di reversibilità che il TFR maturato dall'altro, nonché i diritti successori, sorgendo in capo al compagno superstite il diritto alla legittima.

- Lo scioglimento:

Per lo scioglimento dell'unione civile il testo riprende gran parte delle norme relative alle cause di divorzio, potendo applicarsi anche le discipline acceleratorie oggi previste (come negoziazione assistita, accordo davanti al sindaco quale ufficiale di stato civile).

La coppia, tuttavia, potrà bypassare la separazione.


 

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Cons. Stato Sez. IV, 31/03/2015, n. 1692 - Comune di Verona c. L.V. e altri: costituisce jus receptum il principio secondo il quale in tema di distanze fra costruzioni o di queste con i confini vige il regime della c.d. “doppia tutela” (T.A.R. Veneto, Venezia, Sez. II, 29 aprile 2014, n. 561; Cons. Giust. Amm. Sic., 30 maggio 2013, n. 514; Cons. di Stato, Sez. V, 28 dicembre 2011, n. 6955). In particolare, il soggetto che assume di essere stato danneggiato dalla violazione delle norme in materia di distanze è titolare, da un lato, del diritto soggettivo al risarcimento del danno o alla riduzione in pristino nei confronti dell’autore dell’attività edilizia illecita (con competenza del giudice ordinario) e, dall’altro, dell’interesse legittimo alla rimozione del provvedimento invalido dell’amministrazione, quando tale attività sia stata autorizzata, consentita e permessa (conosciuto dal giudice amministrativo).

Cass., 18/07/2013, n. 17635 (rv. 627242): In materia di violazione delle disposizioni delle distanze tra edifici, se è vero che nel caso di esercizio di autotutela non può mai mancare una comparativa delibazione sull'interesse pubblico, è altrettanto vero che in queste ipotesi l'interesse pubblico è in re ipsa, laddove si consideri che costituisce jus receptum il principio secondo il quale in tema di distanze fra costruzioni o di queste con i confini vige il regime della c.d. "doppia tutela". Nello specifico, il soggetto che assume di essere stato danneggiato dalla violazione delle norme in materia è titolare, da un lato, del diritto soggettivo al risarcimento del danno o alla riduzione in pristino nei confronti dell'autore dell'attività edilizia illecita (con competenza del G.O.) e, dall'altra, dell'interesse legittimo alla rimozione del provvedimento invalido dell'amministrazione, quando tale attività sia stata autorizzata, consentita e permessa (conosciuto dal G.A.). (Annulla T.A.R. Veneto, Sez. II, n. 4035/2005)

Azioni a difesa della proprietà in genere

PROPRIETÀ - Limitazioni legali della proprietà - Rapporti di vicinato - Norme di edilizia - Violazione - Effetti - Risarcimento del danno - Distanze tra costruzioni - Norme del codice civile e relative norme integrative - Violazione - Conseguenze - Riduzione in pristino e risarcimento del danno - Natura del danno - Diminuzione temporanea del valore della proprietà - Cessazione dello stesso con il ripristino dello "status quo ante" - Sussistenza

In tema di violazione delle distanze tra costruzioni previste dal codice civile e dalle norme integrative dello stesso, quali i regolamenti edilizi comunali, al proprietario confinante compete sia la tutela in forma specifica, finalizzata al ripristino della situazione antecedente al verificarsi dell'illecito, sia quella risarcitoria relativa al danno subito per effetto dell'abusiva imposizione di una servitù sul proprio fondo e, quindi, della limitazione del relativo godimento, danno che, consistendo in una diminuzione temporanea del valore della proprietà, è destinato a cessare una volta ripristinato lo stato dei luoghi nelle condizioni antecedenti alle suddette violazioni. (Dichiara inammissibile, App. Napoli, 12/02/2008)

FONTI
CED Cassazione, 2013

Cass. n.7752/2013: In caso di violazione delle norme sulle distanze nelle costruzioni, è concessa l'azione risarcitoria per il danno determinatosi prima della riduzione in pristino, senza la necessità di una specifica attività probatoria, perché il danno che il proprietario subisce (danno conseguenza e non danno evento) è l'effetto (certo) dell'abusiva imposizione di una servitù nel proprio fondo e quindi della limitazione del relativo godimento, che si traduce in una diminuzione temporanea del valore della proprietà medesima. Nel caso in cui siano violate disposizioni non integrative delle norme sulle distanze, viceversa, mancando un asservimento di fatto del fondo contiguo, la prova del danno è richiesta ed il proprietario è tenuto a fornirne una dimostrazione precisa, sia in ordine alla sua potenziale esistenza che alla sua entità obiettiva, in termini di amenità, comodità, tranquillità ed altro. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito secondo cui il danno non era stato provato e neppure specificamente indicato, dovendosi escludere che il modestissimo aumento di volumetria del sottotetto della casa confinante, per effetto di una sopraelevazione del tetto di appena 60 centimetri, potesse cagionare un danno all'abitazione degli attori, già "incassata" tra altre proprietà prima della sopraelevazione).

Cass. n.6045/2013: In tema di danno per violazione delle norme di edilizia, l'abusività ed illegittimità della costruzione fonda la pretesa risarcitoria, essendo sufficiente all'attore fornire elementi utili all'individuazione del pregiudizio, come effetto diretto ed immediato dell'illecito. (Nel caso di specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito, la quale aveva ritenuto che il soleggiamento degli spazi aperti, ed in particolare dei giardini, soprattutto in un contesto turistico, assuma rilievo economico consistente, sicché la sua diminuzione integra un danno risarcibile ai sensi dell'art. 872, secondo comma, c.c.).

Cass. n.24387/2010: La realizzazione di opere in violazione di norme recepite dagli strumenti urbanistici locali, diverse da quelle in materia di distanze, non comportano immediato e contestuale danno per i vicini, il cui diritto al risarcimento presuppone l'accertamento di un nesso tra la violazione contestata e l'effettivo pregiudizio subito. La prova di tale pregiudizio deve essere fornita dagli interessati in modo preciso, con riferimento alla sussistenza del danno ed all'entità dello stesso.

Cass. n.13230/2010: Il danno definitivo da violazione della normativa edilizia in tema di volumi e altezza e di cui all'art. 872 c.c. consiste nel deprezzamento commerciale del fabbricato in concreto danneggiato per diminuzione di visuale, esposizione, luce, aria, sole e amenità in genere.

Cass. n.8273/2010: In tema di distanze nelle costruzioni, laddove sia stata realizzata una costruzione a distanza inferiore rispetto a quella stabilita dall'art. 873 cod. civ o da una norma regolamentare integrativa, il proprietario del fondo finitimo che abbia optato, a norma degli artt. 875 e 877, comma secondo, cod. civ., per la fabbricazione in appoggio o in aderenza alla costruzione già realizzata dal confinante, non può chiedere alcuna delle forme di tutela previste dall'art. 872 cod. civ., atteso che sono incompatibili con la scelta effettuata non solo l'azione diretta alla riduzione in pristino ma anche quella risarcitoria, restandone il relativo fondamento interamente assorbito dall'ampliamento dell'originaria capacità edificatoria del fondo.

Cass. n.5900/2010: La legittimazione passiva in ordine all'azione di riduzione in pristino conseguente all'esecuzione, su immobile concesso in usufrutto, di opere edilizie illegittime, perché realizzate in violazione delle distante legali, spetta al nudo proprietario, potendosi riconoscere all'usufruttuario il solo interesse a spiegare nel giudizio intervento volontario "ad adiuvandum", ai sensi dell'art. 105, secondo comma, c.p.c., volto a sostenere le ragioni del nudo proprietario alla conservazione del suo immobile, anche quando le opere realizzate a distanza illegittima abbiano riguardato sopravvenute accessioni sulle quali si sia esteso il godimento spettante all'usufruttuario in conformità dell'art. 983 c.c.

Cass. n.20608/2009: La violazione delle norme codicistiche sulle distanze legali (ovvero delle norme locali richiamate dal codice), mentre legittima sempre la condanna alla riduzione in pristino, non costituisce di per sé fonte di danno risarcibile, essendo al riguardo necessario che chi agisca per la sua liquidazione deduca e dimostri l'esistenza e la misura del pregiudizio effettivamente realizzatosi.

Cass. n.11420/2009: A norma dell'art. 344 c.p.c., nel giudizio di appello è ammesso soltanto l'intervento del terzo che sarebbe legittimato all'opposizione di cui all'art. 404 c.p.c., in quanto titolare di un diritto incompatibile che potrebbe essere pregiudicato dalla emananda sentenza; ne consegue che, in un giudizio avente ad oggetto la tutela delle distanze di un fabbricato, promosso da soggetto che si affermi proprietario dell'immobile, sussiste la legittimazione ad intervenire, in grado di appello, da parte del terzo che assuma di essere proprietario esclusivo del medesimo bene, in quanto la sentenza - pur rimanendo una "res inter alios acta" - costituisce una situazione giuridica incompatibile col diritto di proprietà vantato dal terzo.

Cass. n.8949/2009: Il principio, secondo cui in tema di azioni a tutela delle distanze legali sono contraddittori necessari, dal lato passivo, tutti i comproprietari "pro indiviso" dell'immobile confinante, quando ne venga chiesta la demolizione o il ripristino, essendo altrimenti la sentenza "inutiliter data", non si applica nel caso in cui plurimi soggetti siano, in ipotesi, interessati ad ottenere la demolizione dell'opera eseguita in violazione delle predette distanze, potendo costoro agire individualmente, con la conseguenza che la sentenza emessa in favore anche di uno solo di essi è suscettibile di esecuzione e, perciò, utilmente data.

Cass. n.3199/2008: Il danno conseguente alla violazione delle norme del codice civile e integrative di queste relative alle distanze nelle costruzioni si identifica nella violazione stessa, costituendo un asservimento de facto del fondo del vicino al quale, pertanto, compete il risarcimento senza la necessità di una specifica attività probatoria. Nel caso, invece, di violazioni di norme speciali di edilizia non integrative della disciplina del codice, mancando un asservimento di fatto del fondo contiguo, il proprietario di questo è tenuto a fornire una prova precisa del danno, sia in ordine alla sua potenziale esistenza che alla sua entità obiettiva, in termini di amenità, comodità, tranquillità ed altro.

Cass. n.18341/2005: Unico legittimato a proporre domanda di riduzione in pristino a seguito di violazione delle distanze legali è il proprietario dell'immobile rispetto al quale la distanza della costruzione eseguita sul fondo finitimo sia inferiore a quella legale. (Principio affermato in relazione a domanda di ripristino della stato dei luoghi e di risarcimento danni avanzata dalla Ferrovia Locale Brunico — Campo Tures s.n.c. nei confronti del Comune di Campo Tures e della Provincia di Bolzano a seguito della asserita decadenza di decreti di espropriazione per pubblica utilità).

Cass. n.12464/2004: Le norme che disciplinano le distanze, ancorchè inserite in strumenti urbanistici, quali il piano regolatore generale, contenenti «di regola» solo disposizioni volte a tutelare interessi generali, come il paesaggio o l'assetto del territorio, assolvono inevitabilmente anche allo scopo di disciplinare i rapporti di vicinato, incidendo sui limiti di utilizzazione dei suoli privati. Ne consegue che ciascun privato è obbligato all'osservanza ed ha interesse a che tali norme siano osservate anche dal vicino, e detto interesse assurge a rango di diritto soggettivo che integra la disciplina specifica dettata dal codice civile, pur se le dette norme siano inserite in un p.r.g. ed assolvano quindi, contemporaneamente, anche alla tutela di interessi generali.

Cass. Sez. Sn. n.9555/2002: Le controversie tra proprietari di fabbricati vicini aventi ad oggetto questioni relative all'osservanza di norme che prescrivono distanze tra le costruzioni o rispetto ai confini, appartengono alla giurisdizione del giudice ordinario, essendo anche a tale materia applicabile il principio secondo il quale nei rapporti tra privati non si pone una questione di giurisdizione, essendo la posizione di interesse legittimo prospettabile solo in rapporto all'esercizio del potere della P.A., che, invece, in tali controversie non è parte in causa. Nè a tal fine rileva l'avvenuto rilascio di concessione edilizia, atteso che il giudice ordinario, cui spetta la giurisdizione, vertendosi in tema di assunta violazione di un diritto soggettivo, può incidentalmente accertare l'eventuale illegittimità della concessione edilizia medesima, onde disapplicarla; mentre la giurisdizione del giudice amministrativo è al riguardo configurabile allorché la controversia sia insorta tra il privato e la Pubblica Amministrazione, per avere il primo impugnato detta concessione al fine di ottenerne l'annullamento nei confronti della seconda.

Cass. n.7257/2002: Il piano regolatore di un Comune costituisce norma di carattere secondario (soggetta a pubblicazione presso il Comune stesso) sicché il giudice non è tenuto a conoscerne né a ricercarne d'ufficio il contenuto, incombendo, per converso,
sulla parte interessata un onere di allegazione anche in sede di giudizio per Cassazione, non ostandovi il divieto stabilito dall'art. 372, prima parte, c.p.c., norma che si pone, viceversa, come assolutamente ostativa alla produzione di qualsivoglia ulteriore certificazione o documentazione relativa al piano stesso (nella specie, certificazione attinente alla circostanza che la zona in cui sorgevano i manufatti oggetto della controversia ricadeva in zona tipologica urbanistica E, e cioè in zona agricola).

Cass. n.3341/2002: In materia di violazione delle distanze tra costruzioni previste dal codice civile e dalle norme integrative dello stesso, quali i regolamenti edilizi comunali, al proprietario confinante che lamenti tale violazione compete sia la tutela in forma specifica, finalizzata al ripristino della situazione antecedente al verificarsi dell'illecito, sia quella risarcitoria, e, determinando la suddetta violazione un asservimento di fatto del fondo del vicino, il danno deve ritenersi in re ipsa, senza necessità di una specifica attività probatoria.

Cass. n.3340/2002: La realizzazione di un edificio di altezza e volumetria superiori a quelle consentite, in violazione di norme in tema di urbanistica, può comportare per il vicino una diminuzione di luce ed aria (ed una connessa diminuzione del valore del proprio edificio) superiori a quelle altrimenti legittime; dando cosi luogo alla configurabilità di una responsabilità per danni. Ai fini della configurabilità della responsabilità per danni ex art. 872 c.c., è sufficiente la violazione delle prescrizioni urbanistiche in tema di altezza e volumetria degli edifici, a prescindere dall'abitabilità o dalla abitazione effettiva della maggiore volumetria realizzata.

Cass. n.15367/2001: In tema di osservanza delle distanze tra costruzioni, ove le stesse siano prescritte da un regolamento edilizio integrativo del codice civile, nessuna indagine deve essere svolta per accertare se dalla violazione della norma regolamentare sia derivato o meno un danno al fondo del vicino e se questo sia o meno edificabile, in quanto le disposizioni sulle distanze legali non lasciano al giudice alcun margine di valutazione in ordine ai pregiudizi prodotti dalla loro inosservanza, avuto riguardo alle finalità di natura pubblicistica cui dette disposizioni si ispirano.

Cass. n.8661/2001: In presenza di una norma regolamentare edilizia prescrivente per le costruzioni un distacco minimo dal confine, la convenzione tra proprietari confinanti per l'esecuzione di un edificio a distanza dal confine inferiore a quella prescritta dalla norma regolamentare, stante la sua illiceità per contrasto con una norma inderogabile posta a tutela dell'interesse pubblico, non attribuisce per il principio "quod nullum est nullum producit effectum", nessun diritto ai suoi stipulanti con la conseguenza che nessun danno risarcibile può essere riconosciuto al proprietario che, in esecuzione di detto accordo, abbia costruito a distanza inferiore a quella prescritta dalla norma regolamentare e, in accoglimento della domanda del vicino, sia stato condannato ad arretrare la costruzione.

Cass. n.13007/2000: A norma dell'art. 872, secondo comma, e 873 c.c., la violazione delle norme dei regolamenti edilizi comunali, integrative del codice civile, in materia di distanze tra le costruzioni abilita la parte interessata a richiedere e ottenere la riduzione e l'arretramento della costruzione (oltre al risarcimento dei danni), anche quando è violata la norma di un piano regolatore comunale che in maniera assoluta e inderogabile prescriva una certa distanza delle costruzioni dal confine, cosi rendendo inapplicabili sia le disposizioni del codice civile che danno attuazione al principio della prevenzione sia la disciplina sulle costruzioni a dislivello.

Cass. n.6414/2000: La violazione delle norme di edilizia e di tutela ambientale contenute negli strumenti urbanistici o nei regolamenti di igiene che, in quanto contengono discipline sulle distanze, svolgono anch'essi funzione integrativa dell'art. 872 c.c. è fonte di responsabilità risarcitoria nei confronti dei privati confinanti, dovendosi ravvisare nei loro confronti un danno oggettivo o in re ipsa. Tale danno non consiste solo nel deprezzamento commerciale del bene o nella totale perdita di godimento di esso (aspetti che vengono superati dalla tutela ripristinatoria) ma anche nella indebita limitazione del pieno godimento del fondo in termini di diminuzione di amenità, comodità e tranquillità, trattandosi di effetti pregiudizievoli egualmente suscettibili di valutazione patrimoniale.

Cass. n.35/2000: L'azione diretta alla rimozione delle opere eseguite abusivamente per mancato rispetto delle distanze legali deve necessariamente essere proposta nei confronti del nudo proprietario, oltre che dell'usufruttuario, del fondo sul quale le opere sono state realizzate, in quanto la sentenza emessa nei soli confronti del secondo resterebbe inutiliter data in quanto non eseguibile in danno del proprietario.

Cass. n.14081/1999: Il diritto all'osservanza delle distanze legali sussiste in capo al proprietario di una costruzione esistente nel fondo finitimo oppure — qualora il regolamento locale preveda una distanza minima dal confine — anche in capo al proprietario di un fondo non edificato rispetto alla costruzione sorta nel fondo finitimo.

Cass. n.11525/1999: Nell'azione proposta dal proprietario di un immobile contro il proprietario di un immobile vicino allo scopo di ottenere la remissione in pristino di quest'ultimo, per la dedotta contrarietà delle opere compiute alle prescrizioni degli strumenti urbanistici locali, non può ritenersi implicitamente compresa l'azione di risarcimento del danno, stante il diverso carattere delle due azioni, di natura reale la prima e obbligatoria la seconda, la quale ultima può differire dalla prima anche per quanto riguarda i soggetti. (Nella specie il giudice di merito, con la sentenza annullata dalla Suprema Corte per ultrapetizione, rilevata l'infondatezza della domanda sul piano della tutela ripristinatoria, poiché le norme violate non erano integrative di quelle del codice civile sui rapporti di vicinato, aveva condannato il convenuto al risarcimento del danno).

Cass. n.2610/1999: La domanda di demolizione di corpi di fabbrica abusivamente costruiti su un immobile acquistato da coniugi in regime di comunione legale, deve esser proposta nei confronti di entrambi, litisconsorti necessari, ancorché non risultino dalla nota trascritta nei registri immobiliari né detto regime, né l'esistenza del coniuge, non trattandosi di questione concernente la circolazione dei beni e l'anteriorità dei titoli, bensì di azione reale, che prescinde perciò dall'individuazione dell'autore materiale dei lamentati abusi edilizi. La eventuale violazione del contraddittorio è deducibile anche per la prima volta in sede di legittimità, se risultante dagli atti e non preclusa dal giudicato sulla questione.

Cass. n.1513/1999: La realizzazione di opere (nella specie, garage con parete appoggiata al muro di cinta appartenente al proprietario del fondo confinante) in violazione di norme di tutela ambientale, recepite negli strumenti urbanistici, anche se non contrastanti con le prescrizioni comunali in materia di distanze, non comporta un immediato e contestuale danno per i vicini, il cui diritto al risarcimento presuppone l'accertamento del nesso tra la violazione contestata ed il pregiudizio effettivamente subito. La prova di tale pregiudizio — limitato a quei danni che il terreno adiacente all'immobile ove si è commesso l'illecito, subisce in termini di amenità, comodità, tranquillità e per la riduzione di aria, luce e vista — deve essere fornita dall'interessato in modo preciso non solo con riferimento alla sussistenza del danno, ma anche alla entità dello stesso.

Cass. n.10173/1998: La rilevanza giuridica della licenza o concessione edilizia si esaurisce nell'ambito del rapporto pubblicistico tra pubblica amministrazione e privato, richiedente o costruttore, senza estendersi ai rapporti tra privati dato che il conflitto tra proprietari, interessati in senso opposto alla costruzione, va risolto in base al diretto raffronto tra le caratteristiche oggettive dell'opera, in queste compresa la sua ubicazione, e le norme edilizie che disciplinano le distanze legali, tra le quali non possono comprendersi quelle di cui agli artt. 31 della legge 17 agosto 1942, n. 1150 e 4 della legge 28 gennaio 1977, n. 10, concernenti rispettivamente la licenza e la concessione per costruire; norme, queste che riguardano solo l'aspetto formale dell'attività costruttiva e non contengono «regole da osservarsi nelle costruzioni», come richiesto dall'art. 871 c.c. Pertanto, come è irrilevante la mancanza di licenza o concessione, quando la costruzione risponda oggettivamente a tutte le prescrizioni del c.c. e delle norme speciali senza ledere alcun diritto del vicino, cosi l'avere eseguito la costruzione in conformità della ottenuta licenza o concessione non esclude di per sé la violazione di dette prescrizioni e, quindi, il diritto del vicino, a seconda dei casi, alla riduzione in pristino o al risarcimento del danno.

Cass. n.5520/1998: In tema di violazione delle norme sulle distanze legali fra le costruzioni, l'art. 872 c.c. concede al proprietario del fondo vicino, che dalla violazione della disciplina lamenti un danno, oltre l'azione risarcitoria aquiliana di natura obbligatoria, quella ripristinatoria di natura reale. Quest'ultima azione, volta all'eliminazione fisica dell'abuso, deve essere proposta necessariamente nei confronti del proprietario della costruzione illegittima anche se materialmente realizzata da altri, potendo egli soltanto essere destinatario dell'ordine di demolizione che il ripristino delle distanze legali tende ad attuare. L'azione risarcitoria diretta, invece, alla tutela non del diritto domenicale fondiario, ma dell'integrità anche economica del suo oggetto, può essere esercitata anche nei confronti dell'autore materiale dell'edificazione illegittima, al fine di ottenere la condanna al ristoro del danno per gli effetti economicamente pregiudizievoli dell'illecito aquiliano.

Cass. Sez. Un. n.5143/1998: Le norme di cui all'art. 872, secondo comma, c.c. in tema di distanze di costruzioni, nonché quelle integrative del codice civile in subiecta materia, sono le uniche che consentano, in caso di loro violazione nell'ambito dei rapporti interprivatistici, la richiesta, oltre che del risarcimento del danno, anche della riduzione in pristino, a nulla rilevando, per converso, il preteso carattere abusivo della costruzione finitima, il suo insediamento in zona non consentita, la dismogeneità della sua destinazione rispetto a quella (legittimamente) conferita al fabbricato del privato istante in conformità con le disposizioni amministrative in materia, la sua (asserita) rumorosità e non conformità alle prescrizioni antincendio, la sua insuscettibilità di sanatoria amministrativa, circostanze, queste, che, pur essendo astrattamente idonee a fondare una pretesa risarcitoria in capo al presunto danneggiato, non integrano, in alcun modo, gli (indispensabili) estremi della violazione delle norme di cui agli artt. 873 e ss. c.c. (o di quelle in esse richiamate).

Cass. n.5116/1998: In tema di violazione delle norme sulle distanze legali fra le costruzioni l'azione del vicino volta alla riduzione dell'opera nei limiti delle distanze legali ex art. 872 c.c. può essere continuata anche nel caso di acquisizione (confisca) da parte del comune dell'opera abusiva, permanendo la legittimazione passiva del convenuto ai sensi dell'art. 111 c.p.c.

Cass. n.2975/1998: La costruzione del confinante realizzata in violazione delle norme sulle distanze implica una sorta di asservimento de facto in pregiudizio del vicino, al quale spetta conseguentemente il risarcimento del danno rimesso, in difetto di precise indicazioni della parte danneggiata, alla valutazione equitativa del giudice di merito.

Cass. n.141/1998: Spetta al proprietario che chiede la demolizione dell'opera in violazione della normativa sulle distanze dimostrare che al momento dell'entrata in vigore della disciplina più rigorosa essa non era completata, mentre il convenuto può limitarsi a contestare, senza altro onere probatorio, neppure nel caso abbia articolato prova testimoniale sul punto, sempre che non vi sia inequivoca rinuncia ai vantaggi derivantigli dai principi che disciplinano la prova.

Cass. n.3820/1997: Le prescrizioni dei regolamenti comunali edilizi e degli annessi programmi di fabbricazione che disciplinano le distanze nelle costruzioni anche con riguardo ai confini, sono integrative del codice civile, secondo il disposto degli artt. 872 e 873 c.c. ed hanno pertanto valore di norme giuridiche, sicché il giudice, in applicazione del principio iura novit curia, deve acquisirne diretta conoscenza indipendentemente da una attività assertiva e probatoria delle parti, avvalendosi di ogni mezzo utile.

Cass. n.10450/1996: Le norme dei regolamenti comunali edilizi sono, per effetto del richiamo contenuto negli artt. 872 e 873 c.c., integrative delle norme contenute nel codice in materia di distanze tra costruzioni, sicché il problema della scienza ufficiale di tali norme che il giudice è tenuto ad applicare si pone negli stessi termini di quello delle norme del codice civile. Pertanto, il giudice cui sia ritualmente resa nota l'esistenza di normativa locale in tema di distanze, deve acquisirne conoscenza o attraverso la scienza personale o attraverso la collaborazione delle parti (non soggetta alle norme sulla attività probatoria documentale), ovvero attraverso la richiesta di informazioni ai comuni.

Cass. n.3679/1996: Il pregiudizio consistente nella diminuzione o esclusione del panorama goduto da un appartamento e tutelato dalle norme urbanistiche, secondo determinati standard edilizi a norma dell'art. 872 c.c., costituisce un danno ingiusto, come tale risarcibile, la cui prova va offerta in base al rapporto tra il pregio che al panorama goduto riconosce il mercato ed il deprezzamento commerciale dell'immobile susseguente al venir meno o al ridursi di tale requisito. Tale giudizio, siccome si risolve nell'accertamento di fatti rilevabili o valutabili con l'ausilio di specifiche cognizioni tecniche, esige l'indagine essenzialmente critica e valutativa tipica della consulenza tecnica.

Cass. n.2891/1996: Il proprietario di un immobile, in caso di inosservanza da parte del vicino delle distanze minime nelle costruzioni dettate dal codice civile o dai regolamenti locali, ha facoltà di esperire, a sua scelta, l'azione petitoria, l'azione possessoria e, ove intenda ottenere provvedimenti immediati, il procedimento di nuova opera di cui agli artt. 688 e seguenti c.p.c., senza essere tenuto ad osservare alcun ordine di priorità nella scelta degli indicati strumenti processuali.

Cass. n.11163/1994: Il carattere amministrativamente illegittimo di un'opera edilizia (nella specie sopraelevazione di un preesistente corpo di fabbrica, in assenza di provvedimento concessorio) la quale non contrasti tuttavia con le prescrizioni comunali in materia di distanze, non determina automaticamente pregiudizio a carico del fondo confinante, il cui proprietario ove agisca per il risarcimento del danno provocatogli dall'opera abusiva deve dare la prova che essa incide negativamente sul proprio fondo sotto il profilo dell'amenità, del soleggiamento e della visuale, deprimendone conseguentemente il valore. A tal fine non rileva, di per sé, l'esistenza sul detto fondo di un'abitazione quando il mancato accertamento della posizione di questa rispetto al corpo di fabbrica abusivo renda impossibile stabilire se ed in quale misura essa risulti privata di aria, luce e vista, restando inoltre escluso che a tale carenza possa supplirsi mediante valutazione equitativa del danno, poiché il potere attribuito al giudice dall'art. 1226 c.c. non esonera l'interessato dall'onere di offrire gli elementi probatori in ordine alla sua esistenza.

Cass. n.10775/1994: Il danno conseguente alla violazione delle norme del codice civile e integrative di queste relative alle distanze nelle costruzioni si identifica nella violazione stessa, costituendo un asservimento de facto del fondo del vicino al quale, pertanto, compete il risarcimento senza la necessità di una specifica attività probatoria. Nel caso, invece, di violazioni di norme speciali di edilizia non integrative della disciplina del codice, mancando un asservimento di fatto del fondo contiguo, il proprietario di questo è tenuto a fornire una prova precisa del danno, sia in ordine alla sua potenziale esistenza che alla sua entità obiettiva, in termini di amenità, comodità, tranquillità ed altro.

Cass. n.5653/1993: La costruzione irregolare (nella specie, perché posta a distanza illegale) è idonea a produrre danni fino al momento della sua demolizione (o riduzione) per cui l'accoglimento della domanda di demolizione (o riduzione) non preclude l'esame della domanda di risarcimento dei danni medio tempore subiti dall'attore.

Cass. n.4889/1993: Il solo fatto che una costruzione sia sorta in mancanza della prescritta concessione, ove non si sia avuta violazione delle norme cui sono riconnesse le conseguenze previste dall'art. 872, secondo comma c.c., non può essere causa di danno risarcibile a favore del confinante, atteso che questo, anche se lamenti la lesione di un suo personale interesse a seguito della costruzione eseguita senza concessione, non è titolare di un diritto soggettivo, la cui lesione possa dar luogo al risarcimento deI danno, a fronte delle norme che regolano, in ordine allo jus aedificandi, il potere della P.A. ispirato alla tutela dell'interesse generale all'ordinato sviluppo edilizio.

Cass. n.3692/1993: Nel caso in cui il convenuto, nei confronti del quale sia stato domandato l'abbattimento di una costruzione perché realizzata in violazione della vigente normativa urbanistica, opponga di averla eseguita prima dell'entrata in vigore di tale normativa e in conformità di quella previgente, tale deduzione non configura un'eccezione in senso proprio ma si risolve nella mera negazione di un fatto costituente il fondamento del diritto azionato ex adverso, sicché la sussistenza di questo fatto, cioè l'illegittimità dell'opera in relazione alle norme vigenti al tempo della sua esecuzione, deve essere dimostrata dall'attore.

Cass. n.2722/1993: L'azione reale volta al rispetto delle distanze legali fra le costruzioni deve essere proposta nei confronti del proprietario della costruzione illegittima, solo costui potendo essere destinatario dell'ordine di demolizione che tale azione tende ad ottenere. L'onere della prova della titolarità del diritto di proprietà della costruzione, che si assume illegittima, grava sull'attore, salvo che l'anzidetta titolarità non sia contestata dalla controparte costituita e debba anzi dalla stessa ritenersi implicitamente ammessa. In questa ipotesi, il successivo assunto del convenuto in sede di gravame di aver trasferito la proprietà della costruzione a terzi in data anteriore a quella dell'instaurazione del giudizio, si configura come un'eccezione in senso proprio, di cui lo stesso convenuto è tenuto a fornire la prova. L'azione reale volta al rispetto delle distanze legali fra le costruzioni deve essere proposta nei confronti del proprietario della costruzione illegittima, solo costui potendo essere destinatario dell'ordine di demolizione che tale azione tende ad ottenere. L'onere della prova della titolarità del diritto di proprietà della costruzione, che si assume illegittima, grava sull'attore, salvo che l'anzidetta titolarità non sia contestata dalla controparte costituita e debba anzi dalla stessa ritenersi implicitamente ammessa. In questa ipotesi, il successivo assunto del convenuto in sede di gravame di aver trasferito la proprietà della costruzione a terzi in data anteriore a quella dell'instaurazione del giudizio, si configura come un'eccezione in senso proprio, di cui lo stesso convenuto è tenuto a fornire la prova.

Cass. n.7680/1991: L'azione di risarcimento del danno per violazione delle distanze legali tra costruzioni, al pari di quella di riduzione in pristino, ricollegandosi ad una obbligazione propter rem, deve essere proposta nei confronti del proprietario dello stabile che si trova nella obiettiva situazione lesiva del diritto del vicino, indipendentemente dal fatto che l'edificio sia stato da altri realizzato.

Cass. n.6581/1991: Nel caso di violazione delle distanze legali legittimato a proporre la domanda di riduzione in pristino è soltanto il proprietario di una preesistente e fronteggiante fabbrica, rispetto alla quale la nuova costruzione venga a trovarsi a distanza inferiore a quella legale, e non anche quello di altre fabbriche non frontistanti, quantunque comprese nello stesso edificio o nella stessa zona, salvo restando il suo diritto al risarcimento del danno in caso di dimostrazione di un concreto pregiudizio economico per la diminuzione di aria, luce, panoramicità o soleggiamento dell'edificio.

Cass. n.7747/1990: L'art. 872, secondo comma, c.c. ? secondo cui colui che per effetto della trasgressione di norme edilizie speciali ha subito danno dev'essere risarcito, salva la facoltà di chiedere la riduzione in pristino in ipotesi di violazione delle norme contenute nella sezione successiva dello stesso capo del codice civile o da essa richiamate ? deve interpretarsi nel senso che l'onere della prova dell'effettiva sussistenza del danno inerisce esclusivamente al diritto al risarcimento, il quale compete se e nella misura in cui si sia verificato il danno, mentre il diritto alla riduzione in pristino, mediante la demolizione della costruzione fino al limite della distanza legale, sorge per il solo fatto dell'indicata violazione, indipendentemente dall'effettiva sussistenza del danno, e non è neanche condizionato dall'autonomo potere della P.A. di ordinare in via amministrativa la demolizione totale o parziale della costruzione abusivamente realizzata.

Cass. n.4196/1987: Qualora la distanza legale fra costruzioni su fondi vicini risulti inosservata per il fatto di un terzo, il quale abbia edificato con propri materiali su uno di detti fondi, l'azione del proprietario dell'altro fondo, rivolta a conseguire la demolizione o l'arretramento dell'opera, è esperibile esclusivamente nei confronti del confinante, in considerazione del carattere reale dell'azione medesima (qualificabile come negatoria servitutis), mentre la legittimazione passiva di detto costruttore deve essere riconosciuta rispetto all'eventuale ulteriore pretesa di risarcimento del danno, alla stregua della sua qualità di autore del fatto illecito.

Cass. n.4353/1985: Alla distinzione tra le norme, che integrano o modificano le disposizioni del codice sui rapporti di vicinato, dalle norme che, se pure dirette incidentalmente ad assicurare una migliore coesistenza e una più razionale utilizzazione delle proprietà private, tendono principalmente a soddisfare interessi di ordine generale, come quelli inerenti alle esigenze igieniche e alla tutela dell'estetica edilizia (art. 871 e 872 c.c.) corrisponde una diversa regolamentazione giuridica, nel senso che la violazione delle norme del primo tipo, che di solito riguarda la distanza nelle costruzioni, comporta non solo il risarcimento del danno a favore di colui che abbia subito pregiudizio, ma anche l'eliminazione dello stato di cose abusivamente creato, mentre la violazione di quelle del secondo tipo attribuisce soltanto alla pubblica amministrazione il potere di imporne l'osservanza coattiva, di modo che al privato viene riconosciuto, in caso di violazione, il solo diritto al risarcimento del danno, non anche quello della riduzione in pristino.

Cass. n.4108/1985: Nel caso di violazione di norme urbanistiche sull'altezza degli edifici, la sussistenza del danno in re ipsa — la quale, peraltro rileva unicamente ai fini di una condanna generica in quanto la determinazione del quantum risarcibile presuppone (salva la possibilità di liquidazione equitativa) una prova precisa non solo sulla potenziale esistenza del danno ma anche sull'entità di esso — va ritenuta limitatamente ai danni che il terreno adiacente a quello ove si è commesso l'illecito subisce in termini di amenità, comodità, tranquillità e per la riduzione di luce, aria e vista, essendo invece da escludere la configurabilità di danno in re ipsa in funzione di un'eventuale diminuzione della edificabilità, giacché tale conseguenza può verificarsi o meno, a seconda delle disposizioni degli strumenti urbanistici applicabili nella specie.

Cass. n.6197/1984: Nelle controversie tra privati derivanti dall'esecuzione di opere edilizie non conformi alle prescrizioni dei regolamenti edilizi o dei piani regolatori comunali viene in discussione sempre la lesione di diritti soggettivi, configurino o meno, le disposizioni violate, norme integrative del codice civile in materia di rapporti di vicinato, con la sola differenza che nel primo caso la tutela del privato giunge sino alla rimozione dell'opera costruita contra legem, mentre nel secondo caso essa è limitata al risarcimento del danno. Ne consegue che, ai fini della decisione delle dette controversie, ciò che rileva è soltanto la violazione delle suddette norme di edilizia, essendo invece irrilevante in linea di principio (salva l'ipotesi delle cosiddette licenze in deroga) l'esistenza o la legittimità degli atti amministrativi (licenze, concessioni, ecc.) che condizionano in concreto l'esercizio dello ius aedificandi sul piano del diritto pubblico, come pure la conformità delle costruzioni a tali atti.

Cass. n.3260/1984: La licenza edilizia legittima l'esercizio dello ius aedificandi nei soli confronti della pubblica amministrazione, ma non è idonea — in relazione alla sua particolare natura e finalità — a pregiudicare i diritti dei terzi, né ad ingenerare a loro favore posizioni giuridiche maggiori o diverse da quelle che ad essi competono in base alle norme edilizie applicabili alla singola fattispecie. Conseguentemente, il diritto al risarcimento dei danni di cui all'art. 872, secondo comma, c.c. sorge solo quando la costruzione — che si assume produttiva del preteso danno — sia stata realizzata in violazione delle prescrizioni e dei limiti dalle norme edilizie e non pure allorché essa sia stata realizzata, in tutto o in parte, soltanto senza la prescritta licenza edilizia o in difformità della medesima.

Cass. n.3425/1981: Legittimato passivo rispetto all'azione per l'osservanza delle distanze tra costruzioni è l'autore della costruzione illegittima, a nulla rilevando che la medesima sia stata eseguita su suolo di un terzo (nella specie: comune) e, quindi, sia soggetta alla disciplina dell'art. 936 c.c., poiché tale disciplina, regolando i rapporti tra proprietario di un suolo e colui che vi abbia realizzato un'opera, non può essere invocata da quest'ultimo per contrastare la suindicata domanda (nella specie: sostenendo la giuridica ineseguibilità della condanna alla demolizione della costruzione illegittima emessa nei suoi confronti), bensì può essere fatta valere, in ipotesi di accoglimento della domanda stessa, solo dal terzo proprietario del suolo, con opposizione ex artt. 404 e seguenti c.p.c.

Cass. n.3423/1981: Il risarcimento dovuto al proprietario dell'immobile confinante, da parte di chi abbia costruito in violazione delle norme edilizie, secondo la previsione dell'art. 872 secondo comma c.c., è diretto a reintegrare il patrimonio del proprietario medesimo della diminuzione subita per effetto di quella violazione (con riguardo al valore venale dell'immobile, alle possibilità di godimento, al valore locativo, ecc.), e, pertanto, deve essere liquidato a prescindere dall'entità dell'arricchimento lucrato dal responsabile con la costruzione abusiva.

Cass. n.3355/1973: Il titolare del diritto di proprietà, che ha subito lesione per violazione delle norme sulle distanze legali può esperire contemporaneamente l'azione reale di restituzione in pristino e quella personale di risarcimento del danno; l'una volta a realizzare la sanzione diretta, l'altra a conseguire quella indiretta, con l'unico limite che, dal momento in cui la prima è attuata, la seconda si circoscrive ai danni causati dall'opera illegittima prima della sua eliminazione.


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Cass. civ. Sez. I, 07/02/2014, n. 2815

ESECUZIONE FORZATA
Nel caso in cui il coniuge onerato alla contribuzione delle spese straordinarie, sia pure pro quota, non adempia, al fine di legittimare l'esecuzione forzata, occorre adire nuovamente il giudice affinché accerti l'effettiva sussistenza delle condizioni di fatto che determinano l'insorgenza stessa dell'obbligo di esborso di quelle spese, e ne determini l'esatto ammontare.

 

BREVE NOTA A COMMENTO:

Il provvedimento col quale il Giudice abbia stabilito che il genitore non affidatario è obbligato a contribuire al pagamento delle spese straordinarie (tutte quelle sopravvenute ed imprevedibili), è un titolo esecutivo (ad esempio la sentenza di separazione/divorzio, ovvero il decreto di omologa o qualsiasi provvedimento interinale, quale l'ordinanza che il Presidente emette alla prima udienza del giudizio di separazione).

Parrebbe, pertanto che in caso di inadempimento l'altro coniuge, possa agire in via esecutiva senza bisogno di una ulteriore pronuncia giurisdizionale. La cassazione ha invece precisato a riguardo, che il titolo non è azionale in via diretta (mediante la notifica del precetto e l'inizio diretto del procedimento esecutivo). Il coniuge dovrà pertanto adire di nuovo il Giudice.

 

SEGUE BREVE RASSEGNA GIURISPRUDENZIALE:

Cass. civ. Sez. I, 08/06/2012, n. 9372 (rv. 623108):
MATRIMONIO E DIVORZIO 

Coniugi (diritti e doveri) 
(obbligo di provvedere al mantenimento dei figli)

FAMIGLIA - Matrimonio - Diritti e doveri dei coniugi - Educazione, istruzione e mantenimento della prole - Concorso negli oneri - In genere - Spese straordinarie - Nozione - Conseguenze - Inclusione in via forfettaria nell'ammontare dell'assegno a carico del coniuge obbligato - Ammissibilità - Esclusione - Fondamento.
In tema di mantenimento della prole, devono intendersi spese "straordinarie" quelle che, per la loro rilevanza, la loro imprevedibilità e la loro imponderabilità esulano dall'ordinario regime di vita dei figli, cosicchè la loro inclusione in via forfettaria nell'ammontare dell'assegno, posto a carico di uno dei genitori, può rivelarsi in contrasto con il principio di proporzionalità sancito dall'art.155 cod. civ. e con quello dell'adeguatezza del mantenimento, nonchè recare grave nocumento alla prole, che potrebbe essere privata, non consentendolo le possibilità economiche del solo genitore beneficiario dell'assegno "cumulativo", di cure necessarie o di altri indispensabili apporti; pertanto, pur non trovando la distribuzione delle spese straordinarie una disciplina specifica nelle norme inerenti alla fissazione dell'assegno periodico, deve ritenersi che la soluzione di stabilire in via forfettaria ed aprioristica ciò che è imponderabile e imprevedibile, oltre ad apparire in contrasto con il principio logico secondo cui soltanto ciò che è determinabile può essere preventivamente quantificato, introduce, nell'individuazione del contributo in favore della prole, una sorta di alea incompatibile con i principi che regolano la materia. (Cassa con rinvio, App. Trento, 05/12/2009)
FONTI
CED Cassazione, 2012
Vita Notar., 2012, 3, 1386

Cass. civ. Sez. I, 24/02/2011, n. 4543 (rv. 616921):
SEPARAZIONE DEI CONIUGI 
Separazione 
in genere

PROCEDIMENTI SPECIALI - Procedimenti in materia di famiglia e di stato delle persone - Separazione personale dei coniugi - Provvedimenti provvisori - In genere - Provvedimenti temporanei ed urgenti di contenuto economico nell'interesse della prole - Successiva richiesta di ingiunzione di pagamento ex art. 633 cod. proc. civ. - Ammissibilità - Esclusione - Fattispecie
L'ordinanza con la quale il presidente del tribunale pronunci, ai sensi dell'art. 708 cod. proc. civ., i provvedimenti temporanei ed urgenti di contenuto economico nell'interesse dei coniugi e della prole non costituisce titolo per la emanazione di una successiva ingiunzione di pagamento ai sensi dell'art. 633 cod. proc. civ., trattandosi di provvedimento (esaminabile soltanto nel contesto del procedimento cui accede) autonomamente presidiato da efficacia esecutiva con riguardo alle somme che risultino determinate ovvero determinabili con un semplice calcolo aritmetico. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza che aveva revocato il decreto ingiuntivo relativo sia a crediti per spese straordinarie della prole non quantificate, per le quali era necessario acquisire il titolo esecutivo, sia a crediti per i quali avrebbe già potuto procedersi esecutivamente). (Rigetta, App. Roma, 01/09/2006)

Cass. civ. Sez. I, 28/01/2009, n. 2182 (rv. 606548):
SEPARAZIONE DEI CONIUGI 
Provvedimenti riguardo ai figli 
Separazione 
in genere

FAMIGLIA - Potestà dei genitori - Decisioni di "maggior interesse" per i figli - Potestà d'intervento del coniuge non affidatario - Sussistenza - Onere di previa concertazione delle spese straordinarie - Esclusione - Derogabilità - Sussistenza.
In tema di separazione personale dei coniugi, poiché l'art. 155 cod. civ., nel testo in vigore prima della modifica apportata con la legge n. 54 del 2006, consente al coniuge non affidatario di intervenire nell'interesse dei figli soltanto con riguardo alle "decisioni di maggiore interesse", non è configurabile a carico del coniuge affidatario alcun obbligo di previa concertazione con l'altro coniuge sulla determinazione delle spese straordinarie, nei limiti in cui esse non implichino decisioni di maggior interesse per i figli; tuttavia, tale principio non è inderogabile, essendo sempre possibile che il giudice, ai sensi del secondo e del terzo comma della norma citata, determini, oltre che la misura, anche i modi con i quali il coniuge non affidatario contribuisce al mantenimento dei figli, in modo difforme da quanto previsto in linea di principio dalla legge. (Rigetta, App. Roma, 18 aprile 2007)
FONTI
Mass. Giur. It., 2009

Cass. civ. Sez. I Sent., 28/01/2008, n. 1758 (rv. 601443):
SEPARAZIONE DEI CONIUGI 
Alimenti e mantenimento

FAMIGLIA - MATRIMONIO - SCIOGLIMENTO - DIVORZIO - OBBLIGHI - VERSO L'ALTRO CONIUGE - ASSEGNO - IN GENERE - Mantenimento dei figli - Contribuzione pro quota alle spese straordinarie - Mancato adempimento da parte dell'obbligato - Esecuzione forzata - Titolo esecutivo - Ulteriore intervento del giudice - Necessità.
In materia di assegno di mantenimento, nel caso in cui il coniuge onerato alla contribuzione delle spese straordinarie, sia pure pro quota, non adempia, al fine di legittimare l'esecuzione forzata, occorre adire nuovamente il giudice affinchè accerti l'effettiva sopravvenienza degli specifici esborsi contemplati dal titolo e la relativa entità. (Cassa con rinvio, App. Bologna, 20 Maggio 2004)
FONTI
Mass. Giur. It., 2008
CED Cassazione, 2008


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E' appena trapelata la notizia che il Consiglio di Stato ha dichiarato l'illegittimità della tessera del tifoso in quanto può ipotizzarsi una pratica commerciale scorretta.

Erano state le associazioni CODACONS e FEDERSUPPORTER a muovere contro la decisione del Tar Lazio. Agli occhi dei giudici amministrativi è balzato l'abbinamento inscindibile tra rilascio della tessera e sottoscrizione di un contratto con un partner bancario per l'assegnazione della carta di credito prepagata.

Ciò confliggerebbe con il Codice del Consumo. Attendiamo ora di poter scorrere le motivazioni per una disamina particolareggiata della pronuncia, comunque, assai significativa.


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L a disciplina delle immissioni moleste nei rapporti tra privati va sempre rinvenuta nell’art. 844 c.c.,sulla cui base, il giudizio in ordine alla loro tollerabilità va compiuto secondo il prudente apprezzamento del Giudice.

In tema di risarcibilità del pregiudizio per immissioni che superino la soglia di tollerabilità, anche qualora non risulti integrato un danno biologico, la lesione del diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria abitazione e del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane sono pregiudizi apprezzabili in termini di danno non patrimoniale.

IL FATTO:

Provincia di Milano, lontano 2001. Gli attori convenivano in giudizio una società, insieme al Comune ed al Consorzio intercomunale Sviluppo Industriale, lamentando che dalle aree gestite dalla società di proprietà del Consorzio ed adibite ad intrattenimento musicale e danzante provenissero nelle ore notturne immissioni intollerabili di rumore a carico delle loro abitazioni, situate a breve distanza.

Gli attori chiedevano al Giudice che alla società fosse inibito di continuare a svolgere quel tipo di attività nelle ore notturne, ovvero che fosse condannata a modificare i suoi impianti musicali; chiedevano inoltre la condanna in solido della società Caio e del Comune a risarcire il danno biologico ed esistenziale da loro subito.

Nel 2008 il Tribunale di Milano accoglieva la domanda attorea e condannava la società a corrispondere un importo a titolo di danno esistenziale, condanna parzialmente estesa anche al Comune, a tutte le parti, ed ad una sola di queste un piccolo importo per danno biologico.

La Corte d’Appello di Milano, rigettava integralmente l’appello della società.

Innanzi la Corte di Cassazione, parte ricorrente ha sostenuto una cattiva interpretazione, da parte della Corte d’Appello di Milano, della normativa vigente in materia di immissioni acustiche (disciplinata da L. n. 447 del 1995 e dal D.P.C.M del 1997), in aggiunta ad altri motivi di ricorso di altrettanto tenore.

LA DECISIONE:

La Corte ha trattato e ritenuto infondato tutti i motivi di ricorso proposti dalla società. Ed in particolare, ha affrontato i seguenti punti (riportati sotto forma di quesiti per comodità): Quali sono i livelli di tutela per le immissioni rumorose?

Ad avviso dei Giudici esistono due livelli di tutela di fronte all’immissione rumorosa, da una parte il regime amministrativo, disciplinato dalle norme sopra menzionate, e dall’altro vigono i principi civilistici che regolano i rapporti tra privati (artt. 844 e 2043 c.c.), dotati di fondamento costituzionale e comunitario.

La stessa Corte ha rammentato (richiamando la precedente Cass. n. 8474 del 2015), l’osservanza delle normative tecniche speciali non è dirimente nell’escludere l’intollerabilità delle immissioni.

QUALE NORMA BISOGNA APPLICARE NEI RAPPORTI TRA PRIVATI?

In materia di immissioni sonore o vibrazioni o scuotimenti atti a turbare il bene della tranquillità nel godimento degli immobili adibiti ad abitazioni non è applicabile la L. n. 447 del 26 ottobre 1995, sull’inquinamento acustico, poiché tale normativa persegue interessi pubblicistici, disciplinando i rapporti verticali fra privati e la p.a.; la disciplina delle immissioni moleste in alieno nei rapporti tra privati va sempre rinvenuta nell’art. 844 c.c., il cui giudizio di tollerabilità va compiuto secondo il prudente apprezzamento del giudice.

MA ESCLUDENDO IN CONCRETO UN DANNO BIOLOGICO, FORMULATO IN VIA PRINCIPALE NELLA DOMANDA, ED AVENDO CHIESTO IN VIA SUBORDINATA IL RICONOSCIMENTO DI UN DANNO ESISTENZIALE, QUEST'ULTIMO PUò ESSERE RISARCITO AUTONOMAMENTE?

Si. Vi è la possibilità, ad avviso della Corte, di porre a fondamento del danno alla qualità dell’esistenza un diritto fondamentale diverso rispetto al diritto alla salute, quali sono nel caso di specie la lesione del diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria casa ed il diritto alla piena e libera esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiana.

Inoltre, il primo di questi diritti lesi, ricorda la Corte, è anche uno dei diritti protetti dall'art.8 della CEDU (Convenzione Europea dei diritti umani) (art. 8). Infatti, la Corte di Strasburgo ne ha fatto più volte utilizzo (ved. caso Deés v. Ungheria del 9.11.2010).

Proprio a seguito del processo di “comunitarizzazione” della CEDU, il giudice interno deve conformarsi ai criteri elaborati al sistema giuridico della Convenzione, affermandosi cosi la risarcibilità del danno non patrimoniale conseguente ad immissioni illecite anche a prescindere dalla sussistenza o meno di un danno biologico documentato.


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Prestigioso riconoscimento per il team dello Studio SLB che è stato selezionato quest’anno come finalista nella 39° edizione dei Le Fonti Awards®, il 21 Giugno 2018 presso Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana a Milano in tre categorie speciali (Professionista dell’Anno, Boutique di Eccellenza dell’Anno, Team dell’Anno)!

L a sanatoria delle cartelle Equitalia è un provvedimento di cui si discute molto, e interessa molti italiani. In particolare, il condono dovrebbe andare ad interessare le cartelle di importo non superiore ai 300 euro, come previsto dal comma 688 della Legge di Stabilità (o finanziaria).

Tuttavia ci sono alcune precisazioni da fare, perché in realtà non tutti i debiti inferiori alla somma indicata sono compresi nella sanatoria.

CHI NE HA DIRITTO?

La norma si riferisce alle cartelle Equitalia derivanti da ruoli consegnati ai cessati concessionari della riscossione, e, in seguito, ad Equitalia, nel periodo compreso dal 2000 al 2014, il cui valore non superi, appunto, i 300 euro.

La cifra si intende relativa all’importo originario complessivo, a prescindere quindi da aggio esattoriale ed interessi moratori eventualmente maturati successivamente alla notifica. Sono escluse, quindi le cartelle emanate prima dell’anno 2000. Inoltre, le cartelle ricevute nel 2014 non sono ancora incluse nel condono, ma si dovrà attendere ancora tre anni perché ciò accada.

COME ACCEDERE ALLA SANATORIA?

La cancellazione delle cartelle incluse nel condono non è vincolata ad una richiesta da parte del contribuente: infatti, se entro il terzo anno dall’emanazione Equitalia non è riuscita ad ottenere il pagamento, l’annullamento della cartella sarà automatico, poiché la cartella viene considerata direttamente estinta ed inesigibile. Il limite temporale dei tre anni è il motivo per cui chi è interessato da una cartella del 2014 dovrà attendere fino al 2017 per la cancellazione della stessa.

COME VERIFICARE LA PROPRIA POSIZIONE DEBITORIA?

In caso di dubbi, ci si può recare presso una delle sedi Equitalia e verificare il proprio estratto conto, consultabile anche sul sito gruppoequitalia.it, previo accesso all’area privata per cittadini.

COSA DICE LA LEGGE?

La norma di riferimento, al comma 688, recita: “Le quote inesigibili, di valore inferiore o pari a 300 euro, con esclusione di quelle afferenti alle risorse proprie tradizionali di cui all’articolo 2, paragrafo 1, lettera a), delle decisioni 2007/436/CE, Euratom del Consiglio, del 7 giugno 2007, e 2014/335/UE, Euratom del Consiglio, del 26 maggio 2014, non sono assoggettate al controllo di cui al citato articolo 19”.

Inoltre, al comma 684: “Le comunicazioni di inesigibilità relative a quote affidate agli agenti della riscossione dal 1º gennaio 2000 al 31 dicembre 2014, anche da soggetti creditori che hanno cessato o cessano di avvalersi delle società del Gruppo Equitalia, sono presentate, per i ruoli consegnati nell’anno 2014, entro il 31 dicembre 2017 e, per quelli consegnati negli anni precedenti, per singole annualità di consegna partendo dalla più recente, entro il 31 dicembre di ciascun anno successivo al 2017.

Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze sono regolate le modalità per l’erogazione dei rimborsi all’agente della riscossione, a fronte delle spese di cui al decreto direttoriale del Ministero dell’economia e delle finanze 21 novembre 2000, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 30 del 6 febbraio 2001, concernenti le procedure esecutive effettuate dall’anno 2000 all’anno 2010, da corrispondere in quote costanti e tenuto conto dei tempi di presentazione delle relative comunicazioni di inesigibilità”.


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L'efficacia diretta è un principio che consente ai singoli di invocare direttamente una norma europea dinanzi a una giurisdizione nazionale o europea. Tale principio si applica unicamente ad alcuni atti europei ed è inoltre subordinato a diverse condizioni.

L'efficacia diretta del diritto europeo è, insieme al principio del primato, un principio cardine del diritto europeo. Esso è stato introdotto dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) e consente ai singoli di invocare direttamente il diritto europeo dinanzi ai tribunali, a prescindere dall’esistenza di atti normativi di diritto nazionale.

Il principio dell’efficacia diretta garantisce quindi l’applicabilità e l’efficacia del diritto europeo nei paesi dell'UE. Tuttavia, la CGUE ha definito diverse condizioni da soddisfare affinché un atto giuridico europeo possa essere direttamente applicabile. L’efficacia diretta di un atto può inoltre riguardare unicamente i rapporti tra un singolo e un paese dell'UE oppure essere estesa ai rapporti tra singoli.

DEFINIZIONE:

L'efficacia diretta del diritto europeo è stata introdotta dalla Corte di giustizia con la sentenza Van Gend en Loos del 5 febbraio 1963. In tale sentenza la Corte ha stabilito che il diritto europeo non solo impone obblighi ai paesi dell'UE ma attribuisce anche diritti ai singoli. I singoli possono pertanto avvalersi di tali diritti e invocare direttamente le norme europee dinanzi alle giurisdizioni nazionali ed europee. Non è quindi necessario che il paese dell'UE recepisca la norma europea in questione nel proprio ordinamento giuridico interno.

EFFICACIA DIRETTA "ORIZZONTALE" E "VERTICALE":

L'efficacia diretta ha due aspetti: verticale e orizzontale.

L'efficacia diretta verticale si spiega nei rapporti tra i singoli e il paese: i singoli possono far valere una norma europea nei confronti del paese.

L'efficacia diretta orizzontale si manifesta nei rapporti tra singoli, ossia consente a un singolo di invocare una norma europea nei confronti di un altro singolo.

A seconda del tipo di atto in questione, la Corte di giustizia ha distinto tra efficacia diretta piena (orizzontale e verticale) ed efficacia diretta parziale (solo verticale).

EFFICACIA DIRETTA E DIRITTO PRIMARIO:

Per quanto riguarda il diritto primario, ossia i testi fondanti dell'ordinamento giuridico europeo, la Corte di giustizia, nella sentenza Van Gend en Loos, ha sancito il principio dell'efficacia diretta, subordinandolo tuttavia alla condizione che gli obblighi siano precisichiari e incondizionati e non richiedano misure complementari di carattere nazionale o europeo.

Nella sentenza Becker del 19 gennaio 1982, la Corte di giustizia ha negato l'efficacia diretta qualora i paesi abbiano un seppur minimo margine discrezionale nell'attuazione della disposizione considerata (sentenza del 12 dicembre 1990, Kaefer e Procacci).

EFFICACIA DIRETTA E DIRITTO DERIVATO:

Il principio dell’efficacia diretta riguarda anche gli atti di diritto derivato, ossia adottati dalle istituzioni sulla base dei trattati istitutivi. Tuttavia, la portata dell'efficacia diretta varia a seconda del tipo di atto:

  • il regolamento: i regolamenti hanno sempre un’efficacia diretta. L’articolo 288 del trattato sul funzionamento dell’UE precisa infatti che i regolamenti sono direttamente applicabili nei paesi dell'UE. La Corte di giustizia precisa nella sentenza Politi del 14 dicembre 1971 che si tratta di un’efficacia diretta piena;
  • la direttiva: la direttiva è un atto rivolto ai paesi dell'UE che deve essere recepito dai medesimi nei rispettivi diritti nazionali. Ciononostante, in alcuni casi, la Corte di giustizia riconosce alla direttiva un’efficacia diretta al fine di tutelare i diritti dei singoli. La Corte ha quindi stabilito nella propria giurisprudenza che una direttiva ha efficacia diretta quando le sue disposizioni sono incondizionate e sufficientemente chiare e precise e quando il paese dell'UE non abbia recepito la direttiva entro il termine (sentenza del 4 dicembre 1974, Van Duyn). Tuttavia, l’efficacia diretta può avere soltanto carattere verticale; i paesi dell'UE sono tenuti ad attuare le direttive ma esse potrebbero non essere fatte valere da un paese dell'UE nei confronti di un privato (sentenza del 5 aprile 1979, Ratti);
  • la decisione: le decisioni possono avere efficacia diretta quando designano un paese dell'UE come destinatario. La Corte di giustizia riconosce quindi un’efficacia diretta solo verticale (sentenza del 10 novembre 1992, Hansa Fleisch);
  • gli accordi internazionali: nella sentenza Demirel del 30 settembre 1987 la Corte di giustizia ha riconosciuto un’efficacia diretta a taluni accordi in base agli stessi criteri stabiliti dalla sentenza Van Gend en Loos;
  • i pareri e le raccomandazioni: i pareri e le raccomandazioni non sono giuridicamente vincolanti e sono quindi privi di efficacia diretta.

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L a separazione consensuale è lo strumento che la legge mette a disposizione dei coniugi che intendono separarsi di comune accordo e che hanno perciò stabilito insieme i diritti spettanti a ognuno riguardo il patrimonio, l'assegno di mantenimento per il coniuge più debole e i figli, l'affidamento della prole e l'assegnazione della casa coniugale.

L'accordo viene stipulato in privato generalmente con l'assistenza di un avvocato, ma per divenire efficace deve essere omologato dal Tribunale con apposito provvedimento.

Sicuramente, si tratta sicuramente della forma di separazione legale privilegiata dall'ordinamento perché attraverso la separazione consensuale, la decisione di marito e moglie di separarsi viene suggellata da un accordo formale che investe tutti gli aspetti coinvolti (diritti patrimoniali, mantenimento del coniuge e dei figli, diritti di visita etc...)

Tale tipologia di separazione è preferibile non solo per l'immaginabile minore conflittualità che si viene normalmente ad instaurare fra le parti (peraltro con notevoli riflessi positivi anche in merito ai rapporti con gli eventuali figli), ma anche perché presenta forme procedurali decisamente più snelle e rapide. La procedura di separazione consensuale, infatti, inizia con il deposito di un ricorso presso la Cancelleria del Tribunale ove almeno una delle parti ha la residenza o il domicilio.

L'organo competente potrà, così, formare il fascicolo d'ufficio, nel quale saranno raccolti, oltre al ricorso stesso, anche tutti i documenti che i coniugi hanno ritenuto opportuno allegare. Conclusi tali adempimenti, il Presidente del Tribunale fisserà l'udienza alla quale devono comparire personalmente i coniugi, principalmente allo scopo di esperire il tentativo obbligatorio di conciliazione dei coniugi.

Il Presidente del Tribunale, a tal fine, ascolterà i due coniugi, prima separatamente e poi congiuntamente, come previsto dall'articolo 708 del codice di procedura civile; in questa sede, inoltre, il Presidente potrà adottare gli eventuali provvedimenti che riterrà necessari ed urgenti e da tale momento inizia a decorrere il termine di tre anni per poter richiedere il divorzio.
Nel caso in cui si raggiunga la conciliazione, viene redatto un apposito verbale e la procedura di separazione ha termine. Qualora, invece, le parti persistano nella volontà di separarsi, il Presidente procede all'emanazione del decreto di omologazione delle condizioni indicate nel ricorso.

L'omologazione: Terminata la fase presidenziale, l'accordo che i due coniugi hanno stipulato viene sottoposto al giudizio collegiale dei magistrati, chiamato giudizio di omologazione. Nel caso dal matrimonio sia nati figli che sono ancora minori l'accordo viene sottoposto anche al Pubblico Ministero perché apponga il suo visto.

Il contenuto dell'accordo di separazione consensuale può essere modificato anche dopo l'omologazione e ciò può avvenire se intervengono nuove circostanze di fatto che la giustificano (è il caso ad esempio in cui sono cambiate le condizioni economiche di una delle parti).
La domanda può essere proposta da un singolo coniuge o da entrambi e si possono modificare o revocare sia i provvedimenti che dispongono sugli aspetti economici sia quelli relativi all'affidamento dei figli.

Leggi anche: - La separazione giudiziale; - La separazione con addebito.


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La CEDU ha pubblicato una guida rivolta agli Avvocati; si tratta di una raccolta di domande e risposte contenente informazioni e consigli pratici sui procedimenti dinanzi ai giudici nazionali prima del ricorso alla Corte, su quelli dinanzi alla Corte stessa e sulla fase di esecuzione delle sentenze della Corte.

Il manuale copre un certo numero di domande, tra cui in quale fase del procedimento dinanzi ai giudici nazionali devono essere invocate le violazioni dei diritti umani, come presentare un ricorso alla Corte, gli aspetti tecnici del procedimento e il ruolo dell'avvocato una volta che la Corte si è pronunciata.

Sono inoltre inclusi riferimenti a strumenti e risorse disponibili per i ricorrenti e i loro Avvocati.

Prodotta in collaborazione con la Corte europea dei diritti dell'uomo, la guida è disponibile sul sito del Consiglio degli Ordini forensi europei (CCBE) in inglese, in francese e in italiano.


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P oche settimane dopo che la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito il diritto dei cittadini a vedere rimosse dal web le informazioni ritenute superate o inesatte, Google lancia un servizio attraverso il quale i cittadini europei potranno chiedere che vengano cancellati i link a risultati di ricerca che si ritengano inopportuni.

Stiamo parlando del c.d. "diritto all'oblio", ovverossia il diritto per ogni individuo avente la cittadinanza europea di ottenere dal motore di ricerca (es. Google) la cancellazione, dai risultati generati dal sistema, dei collegamenti a notizie ritenute non più attuali o inesatte.

Più in dettaglio, Google - che elabora il 90 per cento di tutte le ricerche sul web in Europa -, ha messo a disposizione un modulo web attraverso il quale gli europei possono richiedere la rimozione dei risultati.

"Durante la valutazione della richiesta stabiliremo se i risultati includono informazioni obsolete sull'utente e se le informazioni sono di interesse pubblico, ad esempio se riguardano frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali o la condotta pubblica di funzionari statali" si legge nell'introduzione di Mountain View al modulo stesso.

Prossimamente, aggiunte Google, lavoreremo a stretto contatto con le autorità per la protezione dei dati e con altre autorità per il perfezionamento del nostro approccio.

A - questo indirizzo - troverete il modulo per richiedere la cancellazione di proprie informazioni personali dalle ricerche nel web.

 

Leggi anche: - Diritto all'oblio: una questione sempre più dibattuta


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Nota a CEDU, sent. CUSAN e FAZZO contro ITALIA, Requête n. 77/07.

I genitori devono avere il diritto di dare ai figli il solo cognome materno. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che ieri (07/01/14) ha condannato l'Italia per aver violato i diritti di una coppia di coniugi avendogli negato la possibilità di attribuire alla figlia il solo cognome della madre invece di quello del padre.

La vicenda: all'origine della sentenza c'è il ricorso di due coniugi milanesi, Alessandra Cusan e M. Luigi Fazzo che si sono visti rifiutare per 15 anni dalle autorità italiane la possibilità di dare ai loro tre figli il solo cognome della madre (per consentire alla prole di perpetuare il patrimonio morale del nonno materno, deceduto nel 2011, e che secondo la coppia era un filantropo, del quale sarebbe rimasta cancellata la memoria perché il fratello della signora non ha eredi).

Tutto è cominciato con la nascita della loro primogenita, Maddalena, nel 1999: i coniugi provano a iscriverla nei registri dell'anagrafe con il cognome materno, ma la richiesta viene bocciata. Un paio d'anni più tardi, i coniugi ci riprovano con il tribunale di Milano, il quale fa notare che, sebbene non vi sia alcuna disposizione giuridica perché un neonato sia registrato con il nome del padre, questa regola corrisponde a un principio ben radicato nella coscienza sociale e nella storia italiana. Nel processo d'appello, viene confermata la sentenza di primo grado.

La coppia decide allora di adire la Corte Europea dei diritti dell'Uomo di Strasburgo, ad avviso della quale

In questa vicenda, la determinazione del nome del bambino è fatta unicamente sulla base di una discriminazione fondata sul sesso dei genitori, la regola in questione che vuole in effetti che il nome attribuito sia, senza eccezione, quella del padre, indipendentemente dalla volontà dei coniugi», hanno scritto i giudici di Strasburgo.

In realtà, già nel 1995, il Consiglio d'Europa aveva rilevato che "in Italia, il bambino nato da un matrimonio porta il nome di suo padre: un principio fissato in maniera assoluta e incontestabile dall'uso e dal costume, benché non esista alcuna disposizione legislativa precisa ed esplicita".
E nel 2007 la Corte Costituzionale italiana aveva riconosciuto che "il sistema in vigore deriva da una concezione patriarcale della famiglia e dei poteri del marito, che ha le sue radici nel diritto romano e non è più compatibile con il principio costituzionale dell'uguaglianza tra uomo e donna".


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Nota a Cass. Civ., Ordinanza del 27/01/2014 n.1585

L a Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, ha ritenuto di revocare l'assegno di mantenimento per il figlio di quasi 28 anni, universitario e fuori corso, che però nel tempo aveva dato prova di capacità lavorativa. Nel caso di specie il ragazzo, prossimo al raggiungimento del ventottesimo anno di età, aveva svolto attività lavorativa nel settore turistico alberghiero e non frequentava con profitto il corso di laurea al quale risultava formalmente iscritto da più di otto anni.

I giudici di legittimità nel decidere richiamano una giurisprudenza consolidata di quella stessa Corte secondo cui:

il mantenimento del figlio maggiorenne è da escludersi, ove questi abbia iniziato ad espletare un'attività lavorativa, dimostrando quindi il raggiungimento di una adeguata capacità, senza che possa rilevare la sopravvenienza di circostanze ulteriori che, pur determinando l'effetto di renderlo momentaneamente privo di sostentamento economico, non possono far risorgere un obbligo di mantenimento, i cui presupposti erano già venuti meno. Semmai potrebbe sorgere per il genitore un dovere alimentare, che si fonda peraltro su presupposti del tutto differenti

Inoltre, secondo i giudici, a nulla contavano nemmeno le difficoltà legate all'andamento del mercato del lavoro proprio perchè il ragazzo aveva già dato prova di poter raggiungere una, pur discreta, capacità lavorativa.


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A cura dell'Avv. Alessandro Savoca, eccoVi la guida pratica sulla ricevibilità dei ricorsi alla CEDU, strumento indispensabile, prediposto dalla Cancelleria della Corte per gli avvocati e per i ricorrenti che volesse districarsi nella giurisprudenza della Corte Edu, utile per non incappare nel 95% di ricorsi dichiarati irricevibili.


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I l decreto 14 Maggio 2014, pubblicato nei giorni scorsi sulla G.U., ha dato attuazione al fondo per gli inquilini morosi incolpevoli, destinando una dotazione pari a 20 milioni di euro per il 2014 (e altrettanti per il 2015) da ripartirsi tra regioni e province autonome, in proporzione al numero di provvedimenti di sfratti per morosità emessi.

Affinchè l'inquilino moroso possa accedere al fondo (per un massimo di 8.000,00 Euro) ed evitarè così lo sfratto devono sussistere precise condizioni:

Anzitutto deve trattarsi di un caso di "morosità incolpevole", che è una situazione di:

sopravvenuta impossibilità a provvedere al pagamento del canone locativo a ragione della perdita o consistente riduzione della capacità reddituale del nucleo familiare". Lo stesso decreto sopracitato specifica che si ha morosità incolpevole a seguito di: "perdita del lavoro per licenziamento; accordi aziendali o sindacali con consistente riduzione dell'orario di lavoro; cassa integrazione che limiti notevolmente la capacità reddituale, mancato rinnovo di contratti a termine o di lavoro atipici; cessazioni di attività libero-professionali o di imprese registrate derivanti da cause di forza maggiore o da perdita di avviamento in misura consistente; malattia grave, infortunio o decesso di un componente del nucleo familiare che abbia comportato o la consistente riduzione del reddito complessivo del nucleo medesimo o la necessità dell'impiego di parte notevole del reddito per rilevanti spese mediche o assistenziali

Le altre condizioni per l'accesso ai contributi sono fissati al successivo art. 3, che affida al Comune la verifica dei requisiti posseduti dai richiedenti, i quali potranno accedere al fondo soltanto se:

- abbiano un reddito I.S.E. non superiore ad euro 35.000,00 o un reddito derivante da regolare attività lavorativa con un valore I.S.E.E. non superiore ad euro 26.000,00;

- siano destinatari di un atto di intimazione di sfratto per morosità, con citazione per la convalida;

- siano titolari di un contratto di locazione ad uso abitativo regolarmente registrato (escluse le categorie catastali A1, A8 e A9) e risiedano nell'alloggio da almeno un anno;

- abbiano cittadinanza italiana o europea ovvero posseggano regolare titolo di soggiorno.

- il richiedente, ovvero un componente del nucleo familiare, non sia titolare di diritto di proprietà o di altri diritti reali (usufrutto, uso o abitazione) su immobili situati nella provincia di residenza, che siano fruibili ed adeguati alle esigenze del nucleo familiare.


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Con la sentenza della Corte Costituzionale del 30 aprile 2015, n. 70 è stato finalmente dichiarato illegittimo il blocco delle perequazioni imposte sulle pensioni superiori a più di tre volte il limite del trattamento minimo.

In particolare, la Consulta ha annullato la disposizione con cui il legislatore aveva bloccato l’indicizzazione automatica delle pensioni di importo superiore a 1.406 euro lordi al mese.

A seguito di questa pronuncia, i pensionanti che avevano visto congelarsi la propria pensione si trovano oggi davanti all’aspettativa di poter chiedere il rimborso delle somme non percepite.

Tuttavia, il Governo ha già fatto sapere che non sarà possibile restituire l'intera somma spettante a titolo di differenze non percepite, quindi non sarà rimborsato quanto effettivamente dovuto agli aventi diritto. Infatti, nel tentativo di porre un rimedio all'impasse creatasi, si è pensato ad un decreto legge che fissi le regole e le limitazioni per il rimborso degli arretrati spettanti, ma che stabilisca comunque un parametro di calcolo differente rispetto a quello richiamato dall' Art. 69 L. 388/2000 (normativa ora ripristinata dalla sentenza costituzionale n. 70/2015).

Inoltre, al fine di evitare di "saltare" i bilanci della finanza pubblica, il rimborso sarà graduale e progressivo.

Per ottenere il rimborso degli arretrati pensionistici, bisognerà presentare la "classica" domanda di ricostituzione della pensione, tramite un Patronato oppure se in possesso del pin dispositivo, anche accedendo al portale telematico Inps, cliccando su "Servizi al cittadino" e seguire passo dopo passo le indicazioni fornite.

Importante: nelle note della domanda telematica, bisognerà inserire la seguente dicitura "ricostituzione a seguito di intervenuta abrogazione dell'art. 24, co.25 del d.l. n.201/2011 con Sent. Corte Costituzionale n.70/2015".

Alla domanda amministrativa, bisognerà altresì allegare in formato pdf anche i redditi propri e del coniuge, la data del matrimonio, la categoria della pensione e numero, nonché le coordinate bancarie per ricevere gli accrediti.

Se entro 120 giorni l'Inps non ha accreditato gli arretrati della pensione, oppure non ha chiesto l'integrazione di eventuali informazioni o documenti, dovrà essere inoltrato un ricorso amministrativo al Comitato provinciale mediante il medesimo patronato oppure sempre attraverso il sito web dell'Inps se si è in possesso del Pin.

Nell'oggetto del ricorso andrà inserita la seguente dicitura: "Richiesta ratei di pensione maturati e non percepiti nel biennio 2012- 2013, con interessi e rivalutazione monetaria fino al soddisfo, a seguito dell'illegittimità dichiarata dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 70/2015 sull'azzeramento della perequazione delle pensioni".


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È stata pubblicata ieri nella Gazzetta ufficiale n.70 la Legge 23 marzo 2016 n.41, che introduce il reato di omicidio stradale e quello di lesioni stradali.

Le novità della legge toccano non solo i pirati della strada, ma possono riguardare anche chi commette infrazioni diffuse, la cui gravità sarebbe da valutare caso per caso: le nuove sanzioni possono scattare, per esempio, anche per chi sorpassa con la striscia continua o dove ci sono le strisce pedonali.

ECCO LE PRINCIPALI NOVITA':

- OMICIDIO STRADALE:

L'omicidio stradale colposo diventa reato a sè, graduato su tre varianti: resta la pena già prevista oggi (da 2 a 7 anni) nell'ipotesi base, quando cioè la morte sia stata causata violando il codice della strada. Ma la sanzione penale sale sensibilmente negli altri casi: chi infatti uccide una persona guidando in stato di ebbrezza grave, con un tasso alcolemico oltre 1,5 grammi per litro, o sotto effetto di droghe rischia ora da 8 a 12 anni di carcere.

Sarà invece punito con la reclusione da 5 a 10 anni l'omicida il cui tasso alcolemico superi 0,8 g/l oppure abbia causato l'incidente per condotte di particolare pericolosità (eccesso di velocità, guida contromano, infrazioni ai semafori, sorpassi e inversioni a rischio).

La pena è invece aumentata se l'autore del reato non ha conseguito la patente (o ha la patente sospesa o revocata) o non ha assicurato il proprio veicolo a motore.

E' poi previsto un aumento della pena nel caso in cui il conducente provochi la morte o la lesione di più persone. Anche qui si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo; il limite massimo di pena viene però stabilito in 18 anni (il limite massimo attuale è di 15 anni).

E' stabilita, infine, una specifica circostanza aggravante nel caso in cui il conducente, responsabile di un omicidio stradale colposo, si sia dato alla fuga. In tale ipotesi, la pena è aumentata da 1/3 a 2/3 e non può, comunque, essere inferiore a 5 anni.

- LESIONI STRADALI:

In via speculare, stretta anche per le lesioni stradali. Ipotesi base invariata ma pene al rialzo se chi guida è ubriaco o drogato: da 3 a 5 anni per lesioni gravi e da 4 a 7 per quelle gravissime.

Se comunque ha bevuto (soglia 0,8 g/l) o l'incidente è causato da manovre pericolose scatta la reclusione da un anno e 6 mesi a 3 anni per lesioni gravi e da 2 a 4 anni per le gravissime.

- CONDUCENTI MEZZI PESANTI:

L'ipotesi più grave di omicidio stradale (e di lesioni) si applica ai camionisti e agli autisti di autobus anche in presenza di un tasso alcolemico sopra gli 0,8 g/l.

- FUGA CONDUCENTE:

Se il conducente fugge dopo l'incidente scatta l'aumento di pena da un terzo a due terzi, e la pena non potrà comunque essere inferiore a 5 anni per l'omicidio e a 3 anni per le lesioni.

Altre aggravanti sono previste se vi è la morte o lesioni di più persone oppure se si è alla guida senza patente o senza assicurazione. E' inoltre stabilito il divieto di equivalenza o prevalenza delle attenuanti su specifiche circostanze aggravanti.

La pena è invece diminuita fino alla metà quando l'incidente non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole.

- REVOCA PATENTE:

In caso di condanna o patteggiamento (anche con la condizionale) per omicidio o lesioni stradali viene automaticamente revocata la patente. Una nuova patente sarà conseguibile solo dopo 15 (omicidio) o 5 anni (lesioni).

Tale termine è però aumentato nelle ipotesi più gravi: se ad esempio il conducente è fuggito dopo l'omicidio stradale, dovranno trascorrere almeno 30 anni dalla revoca.

- RADDOPPIO PRESCRIZIONE:

Per il nuovo reato di omicidio stradale sono previsti il raddoppio dei termini di prescrizione e l'arresto obbligatorio in flagranza nel caso più grave (bevuta 'pesante' e droga).

Negli altri casi l'arresto è facoltativo. Il PM, inoltre, potrà chiedere per una sola volta di prorogare le indagini preliminari.

- PERIZIE COATTIVE:

Il giudice può ordinare anche d'ufficio il prelievo coattivo di campioni biologici per determinare il dna.

Nei casi urgenti e se un ritardo può pregiudicare le indagini, il prelievo coattivo può essere disposto anche dal PM.

- ARRESTO OBBLIGATORIO:

Scatta l’arresto obbligatorio nei casi di omicidio determinato da conducente ebbro con valore alcolemico superiore a 1,5 g/l o che sia sotto l’effetto di stupefacenti.

 


 

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poste-italiane-insegnaForniamo un modello compilabile in Word al fine di richiedere un permesso retribuito per motivi di studio ex art. 10, comma 2, della legge 20 maggio 1970, n. 300 nonché ai sensi dell'art 42 C.C.N.L. per il personale non dirigente di Poste Italiane

PERMESSI STUDIO - CLICCA QUI PER SCARICARE IL MODELLO!

Il dipendente ha diritto (in base allo Statuto dei Lavoratori ed al Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro per i non dirigenti di Poste Italiane) a:

➢ ore di permesso retribuito  calcolate nella misura massima di 150 ore biennali per ogni dipendente a tempo indeterminato full time (si applica una riduzione in proporzione al monte ore per il lavoratore part -time);
➢ le 150 ore di permesso potranno essere utilizzate anche nell'arco di un solo anno a condizione che il corso cui intende partecipare il dipendente comporti la frequenza per un numero di ore doppio rispetto a quelle richieste a titolo di permesso (quindi con una durata di almeno 300 ore annue);

retribuzione
➢ la retribuzione spettante in tali fattispecie è esclusivamente la retribuzione fissa;

documentazione
➢ sono richiesti a documentazione un certificato di iscrizione al corso con indicazione della durata e certificati mensili di frequenza con indicazione delle ore complessive.

La presentazione dell'attestato mensile dà diritto al dipendente di percepire la retribuzione per le ore di permesso relative al mese di frequenza.

ATTENZIONE! Qualora nell'attestato mensile di frequenza risultino non frequentate ore di permesso fruite, l'Azienda potrebbe procedere alla relativa trattenuta della retribuzione.

L'Azienda procede al recupero della retribuzione anche in caso di rinuncia ai permessi o di abbandono del corso, che non siano dovuti a cause di forza maggiore o a giustificati motivi: in ogni caso le ore di permesso già fruite saranno detratte da eventuali successive concessioni.

Nella giornata di ieri, 22 gennaio 2016, sono stati pubblicati nella Gazzetta Ufficiale, i due decreti legislativi nn. 7 e 8 del 2016, recanti disposizioni sull'abrogazione di reati e sostituzione con sanzioni civili e sulla depenalizzazione.

Il sei febbraio, quindi, entrerà in vigore una nuova (dopo quella del 1981 e del 1999) "depenalizzazione", che ricorre quando fatti che prima costituivano reato vengono "riqualificati", ad opera di una successiva disciplina normativa, comme illeciti amministrativi.

Da questa data verranno quindi cancellati dal codice penale (e da una alcune di leggi speciali) una quarantina circa di reati, che non saranno più oggetto d'attenzione delle Procure della Repubblica per finire invece sotto l'ambito di cognizione del giudice civile o delle autorità amministrative.

Tra questi, si ricorda, ci sono fattispecie datate (come l'obbligo di denuncia di detenzione di beni confiscati dalla repubblica di Salò o il rifiuto di prestare la propria opera in occasione di tumulti e rivolte popolari) ma anche reati di un certo rilievo come:

– ingiuria;

– atti osceni;

– pubblicazioni e spettacoli osceni;

– rifiuto di prestare la propria opera in occasione di un tumulto;

– abuso della credulità popolare;

– rappresentazioni teatrali o cinematografiche abusive;

– atti contrari alla pubblica decenza;

– guida senza patente;

– noleggio di materiale coperto da copyright;

– installazione e uso di impianti abusivi di distribuzione carburante;

– omesso versamento di ritenute previdenziali entro la somma di € 10000.

Più in generale, la depenalizzazione riguarda tutti gli altri reati non contenuti nel codice penale e puniti con la sola pena pecuniaria (multa o ammenda).

Oltre al risarcimento del danno per la persona offesa, tutte queste fattispecie saranno adesso punite, non più con l'arresto o la reclusione, ma con la sola sanzione amministrativa, che potrà andare, a seconda della norma violata, da un minimo di € 5000 ad un massimo di € 30000.

FASE TRANSITORIA. Le misure saranno applicate anche ai processi in corso:

Nella fase transitoria, per quanto riguarda la depenalizzazione "amministrativa" si prevede, infatti, che la sostituzione delle sanzioni pecuniarie a quelle penali si applichi anche alle violazioni commesse prima dell'entrata in vigore del decreto, a meno che il procedimento non sia già stato definito con sentenza o decreto divenuti irrevocabili. In tal caso, il giudice dell'esecuzione revoca la sentenza o il decreto dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Ai fatti commessi prima dell'entrata in vigore, inoltre, non può applicarsi una sanzione amministrativa superiore al massimo della pena originariamente inflitta per il reato. Né le sanzioni amministrative accessorie introdotte dalla depenalizzazione, salvo che le stesse sostituiscano corrispondenti pene accessorie.

L'autorità giudiziaria deve trasmettere entro 90 giorni gli atti vanno trasmessi all'autorità amministrativa competente per tutti i procedimenti penali relativi ai reati trasformati in illeciti amministrativi salvo che il reato risulti prescritto o estinto per altra causa alla medesima data.

Se l'azione penale non è stata ancora esercitata, la trasmissione degli atti è disposta dal PM; se il reato risulta estinto per altre cause è sempre il PM a richiedere l'archiviazione. Quando invece l'azione penale è stata esercitata, il giudice pronuncia con sentenza inappellabile perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato, disponendo la trasmissione degli atti all'autorità competente, la quale dovrà notificare gli estremi della violazione agli interessati entro 90 giorni (360 se residenti all'estero), i quali avranno 60 giorni di tempo per pagare in misura ridotta la sanzione.

Per quanto concerne, la depenalizzazione "civile", se i processi relativi agli ex reati sono stati definiti anteriormente al 6 febbraio, il giudice dell'esecuzione è tenuto a revocare la sentenza o il decreto, dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato.

LE SANZIONI "ammnistrative" oltre al risarcimento del danno:

Il decreto legislativo sulla depenalizzazione "amministrativa" prevede quale regola base l'irrogazione di una sanzione pecuniaria da 5.000 a 10.000 euro per i reati puniti con la multa o l'ammenda non superiore nel massimo a 5.000 euro; da 5.000 a 30.000 euro per i reati puniti con la multa o l'ammenda non superiore nel massimo a 20.000 euro; infine, da 10.000 a 50.000 euro per i reati puniti con la multa o l'ammenda superiore nel massimo a 20.000 euro.

Il secondo decreto, invece, sostituisce la sanzione penale con una sanzione pecuniaria oltre al risarcimento a vantaggio della vittima dell'illecito, la quale dovrà rivolgersi al giudice civile per ottenere il risanamento dei danni.

La sanzione "amministrativa" sarà stabilita dal giudice e incassata dallo Stato, secondo le modalità e i termini demandati a un apposito decreto del ministero della giustizia.

La multa (variabile da 100 a 8mila euro per alcuni reati e da 200 a 12mila per il resto) sarà comunque commisurata, tra l'altro, alla gravità della violazione, alla reiterazione dell'illecito, alla personalità e alle condizioni economiche dell'agente.

Al condannato potrà anche essere concesso un pagamento a rate (da 2 a 8 mesi), ma non inferiore a 50 euro mensili, potendo lo stesso decidere di estinguere la sanzione pecuniaria in ogni momento, mediante un unico pagamento.

ASPETTI PROCEDURALI:

L’art. 8 del decreto legislativo n.7 del 2016 prevede che le sanzioni pecuniarie civili sono applicate dal giudice competente a conoscere dell’azione di risarcimento del danno.

- Il giudice decide sull’applicazione della sanzione civile pecuniaria al termine del giudizio, qualora accolga la domanda di risarcimento proposta dalla persona offesa.

- La sanzione pecuniaria civile non può essere applicata quando l’atto introduttivo del giudizio è stato notificato nelle forme di cui all’articolo 143 del codice di procedura civile, salvo che la controparte si sia costituita in giudizio o risulti con certezza che abbia avuto comunque conoscenza del processo.

- Al procedimento, anche ai fini dell’irrogazione della sanzione pecuniaria civile, si applicano le disposizioni del codice di procedura civile.

- La domanda di risarcimento si prescrive nel termine di cui all'art.2947, comma 1, c.c., secondo cui: "il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il fatto si è verificato".


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F orse ancora l'annosa questione non è finita. Ma ormai è assodato che qualcosa sta iniziando a muoversi verso la definita consacrazione della illegittimità del contratto di lavoro "a tempo determinato", strumento di cui oggi, nel mercato del lavoro, si fa un uso assolutamente abusivo.

In attesa della sentenza della Corte di Giustizia Ue, prevista tra luglio e settembre 2014, un principio che si sta con fermezza consolidando nella giurisprudenza è quello secondo cui il contratto a termine non è legittimo e il lavoratore precario va risarcito.

E' recente, infatti, la sentenza della Corte di Cassazione - Sez. Lav., (sent. n. 26951 del 02 Dicembre 2013), che cancella le due precedenti (392/2012 e 10127/2012), riconoscendo ai precari ai sensi dell'art.36 del dlgs 165/2001 il diritto al risarcimento del danno per illegittimità e abuso dei contratti a termine.

Come anticipato, questa sentenza della Suprema Corte dovrebbe anticipare di qualche mese quella della Corte di Giustizia europea sul medesimo tema. La Cassazione sembrerebbe accogliere, quindi, le disposizioni della Commissione europea nei confronti dell'Italia per "utilizzo abusivo del personale precario", inizialmente intrapresa solo per il personale non docente della scuola, poi nel 2012 estesa anche al personale docente e il 26 agosto 2013, in seguito a numerosissime denunce, a tutto il pubblico impiego. L'Italia ha, ormai, solo due mesi di tempo per indicare quali iniziative porterà avanti per arginare il precariato. Qualora le scelte indicate dall'Italia non dovessero soddisfare Bruxelles l'Italia rischierebbe il deferimento alla Corte di giustizia, con relativa erogazione di multe salatissime fino a 8 milioni di euro.

Dovendosi prendere atto della più recente giurisprudenza, sempre più favorevole ad accogliere le doglianze dei precari, nonchè dei principi che ormai da anni provengono dall'Unione Europea, sarà compito dei giudici di merito conformarsi e applicare correttamente la clausola 5 della DIRETTIVA 1999/70/CE DEL CONSIGLIO del 28 giugno 1999 relativa all'accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato.


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Perchè ci sia il reato di inguria non è necesario che il termine offensivo sia compiutamente trascritto o pronunciato, essendo sufficiente che esso sia inequivocamente sottinteso e percepito nel suo contenuto ingiurioso, nel contesto di riferimento: è quindi reato mandar un sms 'stai attenta a quello che fai tu b....' (ladoove b sta per butttana).

 

CASSAZIONE PENALE, SEZ.V, - Sentenza del 2 novembre 2015, n.44145.

Ritenuto in fatto:

1.Con sentenza in data 8.10.2013 il Tribunale di Trapani, in parziale riforma della sentenza del 19.3.2013 emessa dal Giudice di Pace di Alcamo, ha assolto M.G.M. dal reato di minaccia contestato al capo B), perché il fatto non sussiste, confermando la condanna dello stesso per il reato di ingiuria di cui al capo A) dell'imputazione, e per l'effetto, concesse le circostanze attenuanti generiche, rideterminava la pena in euro 200,00 di multa; inoltre, in parziale riforma della sentenza appellata, ha condannato M.G.M. a risarcire i danni in favore della parte civile, V.L., in relazione al solo capo A), rimandando alla separata sede civile per la liquidazione.

1.1. L'ingiuria proferita dall'imputato consiste nell'aver inviato a V.L. dalla sua utenza cellulare un SMS contenente la lettera 'b' seguita dai puntini di sospensione ( 'b....').

2. Avverso tale sentenza il M. , a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi, con i quali lamenta:

-con il primo motivo, la violazione dell'art. 606, primo comma, lett. b ed e) c.p.p., in relazione all'art. 594, c.p., atteso che a una lettera dell'alfabeto seguita dai puntini di sospensione, ancorché inserita in un contesto letterale intuitivamente non amichevole, non può essere conferita quella valenza obiettivamente ingiuriosa (lesiva dell'onore e del decoro) che la norma incriminatrice di cui all'art. 594 c.p. richiede; il Giudice d'appello è pervenuto, invero ad una pronuncia di condanna nei confronti dell'odierno imputato, ritenendo che al termine, o meglio, alla lettera, 'b...', si possa attribuire, al di là di ogni ragionevole dubbio, quella obiettiva capacità offensiva che l'espressione deve avere perché si traduca in una offesa all'onore o al decoro di una persona, tale da assumere natura penalmente rilevante ai sensi dell'art. 594 c.p.; è vero quanto dedotto dal giudice di primo grado, cioè che 'la frase non era certamente amichevole, ma non è dato sapere, al di là di ogni ragionevole dubbio, cosa si celasse dietro la lettera 'b.... ', se 'bigotta ', 'balena ', 'becera ', 'bandita 'brutta', 'bugiarda', etc. e per ognuna di queste possibili espressioni, nell'immaginaria ipotesi di potere decidere per l'una o per l'altra, sarebbe stato specifico compito del giudice quello di accertare se l'espressione concretamente utilizzata avesse l'obiettiva valenza offensiva richiesta dalla norma incriminatrice; il giudice d'appello ha evidenziato come 'tutti i termini indicati dal difensore quali possibili epiteti alternativi a quello di 'buttana' individuato dal giudice di primo grado, sono chiaramente offensivi, confermando l'intenzione ingiuriosa dell'imputato nei confronti della persona offesa, laddove non si intendevano indicare epiteti alternativi a quello di 'buttana', quanto piuttosto contestare che la lettera 'b' seguita dai puntini di sospensione fosse associabile ad una parola ingiuriosa, senza incorrere in una opinabile ed arbitraria interpretazione delle intenzioni dell'imputato; la portata ingiuriosa della lettera 'U..' è stata ricavata dalla natura contrastata dei rapporti tra i coniugi M.­V. e dal contesto della frase in cui la lettera dell'alfabeto è stata inserita, elementi risultati sufficienti ad indurre i giudici di merito a ritenere che la lettera 'b ' dovesse leggersi inconfondibilmente 'buttana', ma nel caso di specie quantunque vi sia un contesto, manca tuttavia l'espressione;

-con il secondo motivo, il vizio di cui all'art. 606, primo comma, lett. b ed e) C. p. p., in relazione agli artt. 63,192 e 234, c.p.p., atteso che la sentenza impugnata, nel giustificare la pronuncia di condanna a carico dell'imputato per il reato di cui all'art. 594, c.p., ha ritenuto che non vi è motivo di dubitare che il numero di telefono dal quale provenne il messaggio (339/1845821) fosse all'epoca dei fatti nella materiale disponibilità dell'imputato, in base alle risultanze del documento documento Telecom prodotto dalla parte civile, alle sommarie informazioni testimoniali rese dalla persona offesa ai Carabinieri di Alcamo in data 12.01.2011 ed acquisite ai sensi dell'art. 493, comma 3, c.p.p. nel corso dei giudizio di primo grado, ma soprattutto dalla considerazione per cui dalla stessa utenza provenne anche il messaggio in contestazione al capo 2 il tenore dei quale, contenendo espliciti riferimenti al figlio minore G., non lascia adito a dubbi in ordine alla sua provenienza da un'utenza nella disponibilità dei M.; tuttavia, i giudici di merito hanno attribuito valenza ad un documento prodotto dalla difesa di parte civile che, solo apparentemente, riporta l'esito di un accertamento Telecom, alla cui acquisizione la difesa si è opposta, non potendo accertarsi l'autenticità dei documento, non recando né un timbro, né alcuna sottoscrizione apposta dal soggetto che avrebbe effettuato il relativo accertamento; in ogni caso, una scheda telefonica, corrispondente ad un'utenza di telefonia mobile, può essere intestata ad un soggetto ed utilizzata, sempre o per un periodo di tempo, da altro soggetto, mentre nessun accertamento è stato effettuato in tal senso nel corso dei giudizio; il teste, Maresciallo P., poi, ha dichiarato di sapere a chi fosse intestata l'utenza telefonica n. 339/1845821, ma di essere a conoscenza di tale circostanza solo perché appresa in sede di sommarie informazioni rese dal M. ed il verbale di sommarie informazioni in oggetto del 13 gennaio 2011 è stato interrotto per indizi di reità, ma ai sensi dell'art. 63 c.p.p. le dichiarazioni rese da persona informata sui fatti nei cui confronti emergono indizi di reità, non sono in alcun modo utilizzabili contro la persona che le ha rese; neppure può ricavarsi la disponibilità dell'utenza telefonica di cui sopra in capo al M. dalle sommarie informazioni testimoniali rese dalla persona offesa ai Carabinieri di Alcamo in data 12.01.2011 ed acquisite ai sensi dell'art. 493, comma 3, c.p.p., nel corso del giudizio di primo grado; non è sufficiente ai fini dell'affermazione di responsabilità dell'imputato neppure quanto evidenziato dal Maresciallo P., nel corso della sua deposizione testimoniale che non dimostra che l'utenza telefonica corrispondente al predetto numero fosse intestata all'imputato, né tantomeno che fosse all'epoca dei fatti contestati in uso allo stesso.

Considerato in diritto:

Il ricorso è inammissibile, siccome manifestamente infondato.

1. Va premesso in linea generale che l'imputato, con entrambi i motivi di ricorso, sollecita il giudice di legittimità a formulare valutazioni in fatto, sostitutive di quelle effettuate dai giudici di merito e sostenute dai medesimi con motivazione non manifestamente illogica e coerente al compendio probatorio disponibile. 1.1.Ed invero, la ricostruzione dei contesto nel quale l'SMS inviato dal M. alla p.o., contenente la lettera seguita dai puntini sospensivi ( 'b....') assume inequivoca valenza ingiuriosa, sottintendendo il riferimento al termine 'buttana' non merita censure. In particolare, il giudice d'appello, nel condividere le valutazioni effettuate dal primo giudice, ha ritenuto che quanto percepito dalla p.o. V.L., secondo cui, con quel messaggio SMS il M. intendeva rivolgerle un'ingiuria (riconducibile al termine 'buttana', quantunque avesse scritto solo la lettera 'b' seguita da puntini)- fosse oggettivamente corretto, considerato che tale lettera si inseriva alla fine di una frase, indubbiamente non amichevole ( 'stai attenta a quello che fai tu b....'), in relazione ai rapporti conflittuali esistenti tra i due, non smentiti dallo stesso imputato.

1.2.Tale valutazione di fatto non appare in alcun modo illogica od altrimenti viziata, tenuto conto della compiuta ricostruzione della vicenda tra il M. e la V., coniugi che vivevano separati, ai quali erano stati affidati congiuntamente i figli minori e, che proprio a causa dell'affidamento, avevano avuto delle divergenze, sfociate appunto nell'inoltro di più sms, non solo quello oggetto del presente giudizio.

1.3.Questa Corte, più volte, ha evidenziato che, nel valutare la portata offensiva di un'espressione verbale, occorre avere riguardo al contesto nel quale essa è inserita (vedansi ex multis Cass. 14 febbraio 2008 n. 11632; Cass. 15 novembre 2007 m 10420; Cass. 5 marzo 2004 a 17664) ed tale principio si sono correttamente attenuti i giudici di merito. Al fine dell'integrazione dell'ingiuria non è indispensabile contrariamente a quanto evidenziato dal ricorrente che il termine offensivo sia compiutamente trascritto o pronunciato, essendo sufficiente che esso sia inequivocamente sottinteso e percepito nel suo contenuto ingiurioso, nel contesto di riferimento.

1.4.Se è vero, infatti, che il criterio principale, cui occorre fare riferimento ai fini della ravvisabilità del reato in questione, è pur sempre il contenuto della frase pronunciata ed il significato che le parole che la compongono hanno nel linguaggio comune- atteso che, qualora si volesse dare incidenza prevalente alle intenzioni inespresse dell'offensore e alle sensazioni che la stessa abbia provocato nell'offeso, oltre che al contesto nel quale l'espressione sia stata pronunciata, si finirebbe con il riconoscere valenza lesiva dell'onore anche a frasi o ad espressioni che in realtà non hanno alcuna portata offensiva nella vita di tutti i giorni (Sez. 1, n. 7157 del 06/12/2006)- tuttavia, quando il termine, maliziosamente non compiutamente espresso, risulti proferito con atteggiamento oppositivo ed intenzione tutt'altro che elogiativa, e, dunque, per il contesto di riferimento sia oggettivamente identificabile come un'offesa, esso integra appunto il delitto di ingiuria.

2. Manifestamente infondato si presenta anche il secondo motivo di ricorso, circa la non idoneità degli elementi considerati dal giudice d'appello ai fini della rìconducibilità al M. del messaggio sms inviato alla V.. Ed invero, rispetto a tutte le deduzioni effettuate dal ricorrente, circa la valenza del tabulato 'Telecom' prodotto dalla parte civile, ovvero delle dichiarazioni rese dalla stessa p.o., appare decisiva la considerazione svolta nella sentenza impugnata, circa il fatto che il messaggio in contestazione è partito dalla medesima utenza cellulare da cui è partito anche il messaggio di cui al capo 2), contenente espliciti riferimenti al figlio minore G., che non lasciano adito a dubbi sul fatto che sia stato l'imputato ad inviarli dall' utenza nella sua disponibilità.

3. Alla declaratoria di inammissibilità segue, per legge, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché, al versamento, a favore della cassa delle ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro 1000,00. P.Q.M. dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.


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informativa ricorso ricalcolo pensioni arruolati '81, '82 e '83

Egr. Cliente,

come Le è ben noto, lo Studio Legale Bullaro è da anni impegnato nella tutela degli appartenenti alle Forze dell'Ordine e alle Forze Armate, avendo curato numerosi ricorsi nell'interesse degli appartenenti all'Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato, tra cui quelli che sono stati volti al riconoscimento del 18% sull'indennità di funzione, del diritto all'ausiliaria per i congedati negli anni '96 - '97, della pensione privilegiata o dell'equo indennizzo, come del risarcimento da lungaggine del processo (Legge Pinto) relativo al ricorso presentato al TAR Lazio nel 1993 promosso nell'interesse di circa 6.000 Carabinieri per il riconoscimento del 6° livello così come già riconosciuto alla Polizia di Stato.

Con la presente lo Studio Bullaro La informa del danno arrecato agli arruolati negli anni 1981 – 1982 – 1983 dalla erronea applicazione della normativa che disciplina il calcolo della pensione da parte dell'Ente previdenziale.

Infatti, a chi si è arruolato in detti anni, è stato attribuito il coefficiente sull’aliquota prevista per il personale civile dall’art.44 del D.P.R. n.1092/1973, anziché quello previsto dal citato art.54 per il trattamento di quiescenza del personale militare, il quale testualmente dispone che “La pensione spettante al militare che abbia maturato almeno quindici anni e non più di venti di servizio utili è pari al 44% della base pensionabile…”.

In concreto, il danno causato dalla mancata applicazione, da parte dell'Ente previdenziale, del citato art.54 è stimato in circa 250,00 Euro lordi mensili.

Pertanto, qualora Ella si fosse arruolato nei tre anni suddetti ha il diritto di chiedere il ricalcolo della propria pensione con conseguente corretta liquidazione dei futuri emolumenti e degli arretrati non percepiti.

Quindi, Le rende noto che, anche in questa occasione, lo Studio Legale Bullaro sta assistendo gli interessati in questa procedura volta a domandare il ricalcolo della propria pensione.

Se volesse aderire, dovrà compilare il "modulo di contatto" allegato alla nota informativa (ved. allegato in basso) e inviarlo all'indirizzo Email “Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.” o al num. Fax 091 6860090 oppure tramite posta a: Studio Legale Bullaro, Via Galileo Galilei n.9 (90145), Palermo.

Sarà quindi ricontattato prontamente dallo Studio per le ulterioni informazioni necessarie.

Il fondo spese per la presentazione del ricorso è di 200,00 Euro, comprensivi di IVA e CPA, nonché di ogni altra spesa occorrente per la proposizione del ricorso.

In caso di accoglimento del ricorso sarà dovuto, a saldo, un compenso pari al 10% (oltre IVA e CPA) della somma recuperata a titolo di arretrati.

In caso di esito negativo, il ricorrente non dovrà più nulla a questo Studio oltre al fondo spese già versato.

Il versamento del fondo spese dovrà essere versato mediante bonifico che dovrà essere effettuato secondo le modalità che verranno comunicate non appena verrà ricevuta la documentazione.

Avv. Nino Bullaro

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Relazione della Corte di Cassazione

OGGETTO: 665047- NOTIFICAZIONI- FORMA – IN GENERE – A PERSONA DIVERSA DALL’IMPUTATO PER VIA TELEMATICA – QUESTIONI SULLA EFFICACIA DELLE NORME IN MATERIA DI NOTIFICAZIONI PER VIA TELEMATICA NEL PROCEDIMENTO PENALE: RICOGNIZIONE NORMATIVA.

Riferimenti Normativi: Cod. Proc. Pen. Art. 148 co. 2, 149, 150, 151; Decreto legge 25/06/2008 n. 112, art. 51; Decreto legge 18/10/2012 n. 179, art. 16; Legge 06/08/2008 n. 133; LeCassazionegge 17/12/2012 n. 221; Legge 24/12/2012 n. 228 art. 19.

Cliccando QUI è possibile visionare la relazione.


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Riavvicinamento tra padre militare e figlio vietabile solo in casi eccezionali

Nota a T.A.R. Milano, ordinanza n.591 del 09 Maggio 2017

Si al trasferimento temporaneo del militarenel luogo dove vive il figlio con l'altro genitore. I bimbi, specie nei primi periodi di vita, hanno bisogno di madre e padre, e solo casi eccezionali adeguatamente motivati possono giustificare il diniego del riavvicinamento. Lo precisa il T.A.R. Milano, con ordinanza n.591 del 9 maggio 2017.

A ricorrere, è un finanziere. L'uomo, divenuto papà, contesta la decisione del Comando di bocciare la richiesta di assegnazione temporanea a sede vicina alla città di residenza di moglie e figlio. Il rigetto – marca il legale – lede gli interessi del minore. A difettare, poi, una motivazione ben strutturata. È noto, che la normativa a tutela di maternità e paternità è estesa (articolo 1493 del Dlgs 66/10, Codice ordinamento militare) al personale militare (Consiglio di Stato, 6016/13) che, quindi, può invocare l'articolo 42 bis del Testo Unico 151/01. Norma, che consente di assegnare, anche in modo frazionato, i genitori di figli fino a 3 anni – pubblici dipendenti – a sedi ubicate nella provincia o regione di lavoro dell'altro genitore, se vi sia un posto vacante e il consenso delle amministrazioni di appartenenza e destinazione. Ma l'eventuale dissenso, recita la norma novellata dall'articolo 14 della legge n.124/15, va motivato e «limitato a casi o esigenze eccezionali», prevalendo il diritto del bimbo a crescere con due genitori. Del resto, le decisioni inerenti i minori, di competenza di istituzioni pubbliche e autorità amministrative, vanno improntate al loro superiore interesse, per volere di Costituzione e Convenzione di New York sui diritti del fanciullo.

Rilievi accolti dal Tar. Nella vicenda, il rigetto si era basato su «esigenze di servizio» legate all'opportunità di non distrarre risorse dal contesto operativo del finanziere. Motivazione generica che, riposando su mere necessità d'ufficio, non aveva vagliato i bisogni del minore, incluso il fatto che, negato il riavvicinamento del papà, avrebbe goduto di rado della sua presenza. In effetti – seppur il trasferimento del genitore non sia un diritto incondizionato, poiché subordinato alla disponibilità di una sede di destinazione, requisito la cui mancanza impone il diniego – le amministrazioni interessate, nel dare l'ok al riavvicinamento, hanno ampia discrezionalità. E se scelgano di negarlo, dovranno farlo con congrua motivazione (Consiglio di Stato, 2426/15), all'esito di attenta analisi della questione e soltanto per casi o esigenze eccezionali (Consiglio di Stato, 1317/16). Non sarà giustificato, allora, un diniego per semplice scopertura organica (T.A.R. Trento, 206/16) o che non spieghi il perché l'istante sia insostituibile (T.A.R. Piemonte, 419/17).

Ebbene, nella vicenda, l'atto aveva sottolineato solo la rilevanza strategica del reparto di appartenenza del ricorrente senza chiarire le ragioni per cui questi sarebbe stato tanto indispensabile da provocare, un suo eventuale distaccamento, una lesione organizzativa più grave del danno arrecabile al figlio dall'assenza paterna. In gioco, dunque, valori di rilievo costituzionale come il diritto della prole alla bigenitorialità, che hanno indotto il T.A.R. – visto il carattere generale delle ragioni ostative indicate in diniego e il pregiudizio grave ed irreparabile per il minore, dedotto dalla sua tenera erà – a disporre l'assegnazione temporanea del militare presso la sede richiesta.


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Nota a CASS. PEN., sentenza n.42353/2012

C ostringere i dipendenti ad accettare uno stipendio inferiore ai minimi retributivi con la minaccia di licenziamento configura il reato di estorsione. Lo ha precisato la Cassazione con la sentenza 42352 depositata il 30 Ottobre 2012.

I titolari di un'azienda commerciale erano accusati di aver costretto alcuni dipendenti ad accettare somme inferiori rispetto a quelle indicate in busta paga. In particolare, il datore di lavoro avrebbe messo i lavoratori di fronte all'alternativa di accettare le somme o interrompere il rapporto di lavoro. Dopo le condanne di merito, la vicenda approda in Cassazione.

I titolari dellasocietà criticano il ragionamento della Corte di appello: i magistrati non avrebbero considerato la differenza che intercorre tra l'ipotesi di minaccia di licenziamento se il dipendente non accetta una retribuzione inferiore ai minimi contrattuali, e quella di prospettare allo stesso la necessità di dimettersi se il trattamento economico corrisposto non è ritenuto adeguato.

Del resto, si legge nel ricorso, se le dimissioni postulano una libera valutazione del prestatore di lavoro sull'opportunità di accettare un diverso trattamento retributivo, non è possibile affermare la natura di minaccia dell'alternativalasciata alla libera scelta del lavoratore.

Di diverso avviso la Cassazione, che, dichiarando inammissibile il ricorso, ritiene irrilevante se la minaccia sia consistita nel licenziamento o nella prospettazione di dimissioni. L'evento ingiusto, prosegue l'estensore, va rappresentato proprio nell'interruzione del rapporto di lavoro, essendo le dimissioni un fatto solo apparentemente volontario ma sempre imposto dalla abusiva condotta altrui. In realtà, la condotta illecita è discesa dal pagamento di somme inferiori rispetto a quelle risultanti dalle buste paga, dietro la minaccia di interrompere il rapporto didi lavoro se i dipendenti non le avessero accettate.

La sentenza si pone nel solco di altre recenti pronunce. In particolare, la sentenza della Cassazione 4290/2012 affronta il caso di un imprenditore che formalmente versava una retribuzione corrispondente ai contratti collettivi tramite assegno bancario, ma all'atto del pagamento si faceva restituire la differenza in contanti con la sottoscrizione di una quietanza liberatoria. Il tutto dietro minaccia dell'immediato licenziamento e del pericolo di non poter più trovare lavoro in altre imprese a seguito delle pressioni effettuate sui colleghi del datore. L'imprenditore affermava, in sua difesa, che tutto ciò era frutto di una «libera contrattazione», e che la deroga a quanto previsto dal contratto nazionale o di settore poteva dare luogo al massimo alla violazione della normativa in tema di lavoro. 

La Cassazione afferma invece che integra il delitto di estorsione la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione di mercato a lui favorevole per la prevalenza dell'offerta sulla domanda, costringe i lavoratori, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare trattamenti retributivi deteriori e condizioni di lavoro contrarie alle leggi.


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